Seppelliti sotto le risate dei meme, la comicità ha ancora una chance?
“Sarebbe estremamente interessante scrivere la storia della risata” scriveva il grande critico russo Michail Bachtin (citando Aleksandr Herzen) in apertura del suo “Rabelais e la cultura popolare”. Senza contare la leggenda del “secondo libro” della “Poetica” sul riso - inventata da Umberto Eco - resta da sempre l’ambivalenza del comico: come il carnevale, da un lato istituzione collettiva, ma regolata, e al tempo stesso evento di disordine e ribaltamento o parodia di quelle stesse autorità che lo avevano istituito o tollerato.
Il ‘900 è forse il secolo in cui la risata ha raggiunto il suo apice, si è diffuso con il progresso di massa delle libertà, con media analogici elettrici (cinema, poi la tv), ma con l’era digitale sta creando novità ambigue. Non solo il web e soprattutto i social sono solo invasi da migliaia di prodotti “da ridere”, ma si assiste a una dominanza di quell’emblema che non è solo un gadget della cultura digitale ma un seme generativo: il meme. Si assiste a una “memizzazione” di tutta la comunicazione, soprattutto politica e questo linguaggio di eccitazione emotiva attraverso l’umorismo è diventato una delle forme di consenso del potere (vedi “La politica pop online” di G. Mazzoleni e R. Bracciale, Mulino) ed è curioso che da un lato si censurino i censuri i comici (da Luttazzi a Jimmy Kimmell) dall’altro il potere ne usi spesso i linguaggi, esempi classici proprio i censori: da Berlusconi a Trump.
Per tutti il XX secolo la rivoluzione passava anche attraverso la gag. Tra gli esempi, nel teatro, il Dada, Jarry, Artaud, passando per le gag dell’assurdo di Beckett fino a Dario Fo, sognando quel che il movimento del ’77, scuola “il Male”, concentrava nello slogan “una risata vi seppellirà” (ma due anni dopo nacque “Drive In, creato da un ex settantasettino). Mezzo secolo dopo è il potere che usa la risata come strumento d’ordine travestito da caos in una Storia globale piena di farsa (per noi italiani il dibattito pubblico degli ultimi giorni, uno dei tanti esempi: questione “Andrea Pucci” e tra due settimane si parlerà di Tony Pitony). Ma è anche vero che non si contano esempi di comicità online da the Jackal ai Pantellas, all’ombra di una nuova comicità che dai Monty Pyton arriva a Borat e oltre (per fare davvero poche campionature di una storia che oggi fa del linguaggio parodico, demenziale, grottesco, la “langue” di un’epoca in cui nuove generazioni sono nate e vissute.
Fettarappa, nato nel 1996, affermatosi nel giro di pochi anni con sette testi che “toccano con grande afflato comico nervi scoperti del presente” scrive Graziano Graziani nell’introduzione. Comicità e politica, dunque, come nel ‘900 ma da una posizione che Graziani definisce giustamente “postuma”. Orgasmo ne è un esempio: in un’Europa prossima ventura, si vara un progetto chiamato “Agenda 2030” che stabilisce per quell’anno l’ultimo orgasmo, ovvero la fine del sesso. Si potrà stare così finalmente e felicemente soli e dedicarsi al lavoro, ovvero la realizzazione di sé (“Orgasmo” viene dopo un testo ancora più esplicito: “Sono felice solo quando lavoro”). La normativa piomba in casa di coppie come Rebecca e Gianni (Rebecca Sisti e Lorenzo Guerrieri) una coppia in crisi che da un lato è assediata dalla telecronaca di un Giornalista (Gianni D’Addario) che annuncia giubilante di questo futuro, nonostante la minaccia di “orsi” affamati di sesso e che con la loro presenza (che invoglia gli umani a farlo) rischiano di mandare a monte i piani della nuova Europa, sono metà spettro che s’aggira per l’Europa, per metà seduttori e profeti dell’amore libero (“forse vogliono accoppiarsi con noi?” si chiede lui, “mi sono eccitata” fa lei - e fa venire in mente un singolare romanzo erotico degli anni ’70, “L’orso” della canadese Mariane Engel) mentre l’Europa di “Ursula” vuole abolire le pulsioni sessuali a fini produttivi. A stanare ogni tentativo di resistenza c’è uno Zoologo (interpretato allo stesso autore) con la complicità del Giornalista che entra ed esce dalle case delle coppie per dissolvere i dubbi e imporre il rispetto delle norme. In realtà la coppia è “impantanata nell’abbastanza bene”, pantofolai e nevrotici, pensano più al design dei letti che a usarli.
La proposta, tra goliardie e ribellione entusiasta e vitale, è che vivere una vera e piena libertà sessuale, secondo le idee di pensatori come Reich e Marcuse, possa essere viatico di liberazione collettiva. Perché il vero obiettivo finale di un testo comico quindi politico è infatti il lavoro. Con esso però anche la pulsione dell’autoaffermazione (il successo, l’autostima) che nel sistema neoliberista della “singolarità” è il punto su cui si concentrano i nostri desideri. Che non si concentrano sul corpo dell’altro, la carnalità, l’incontro, ma sull’onanismo dello “star bene con sé stessi” (stigmatizzato nel prologo dal Fettarappa-Giovane Europeo in crisi e in cerca di soluzioni facili “L’auto-abbraccio” e altra paccottiglia newage).
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