Il teatro di Daria Deflorian, tra letteratura e raffinata sottrazione

C’è sempre un “respiro di futuro” nel teatro di Daria Deflorian, la capacità di individuare un sentimento diffuso nelle trasformazioni del tempo partendo da una rielaborazione in presa diretta del teatro stesso, del suo senso e della sua pratica, con una originale costruzione-decostruzione, spesso seguendo la forza di una voce letteraria. Molti spettacoli di Deflorian partono da romanzi, poesie, diari. Con questi - ed è questo il nucleo forte della sua poetica - Deflorian attiva un‘osmosi vivissima che consente alla drammaturga, regista e interprete di farsi creatrice multiforme di un teatro che nasce dal rapporto tra quei testi scritti e un assorbimento appassionato di quei testi, dove trovare la possibilità di portare in scena “Qualcosa di sé” (come recita la bella monografia che Rossella Menna ha scritto su Deflorian e il suo teatro nel 2023 e pubblicata da Sossella Editore) da condividere con gli spettatori.

È un percorso iniziato a metà anni ’80 nella Roma che viveva il riflesso della stagione del Teatro delle Cantine, con le prime opere create da Deflorian con Dark Camera e Marcello Sambati, mentre collabora come attrice con Claudio Remondi e Riccardo Caporossi, inizia realizzare i primi progetti su autori e autrici della grande letteratura (Pasolini, Bachmann) durante gli anni ’90 e oltre fino al 2008 quando con “Rewind” inizia una creazione a due insieme a Antonio Tagliarini e i due porteranno in scena diversi spettacoli - tra cui citiamo “Cose”, “Reality”, “Quasi niente” - fino al 2022. Nel frattempo arrivavano premi, riconoscimenti, tour in Europa e non solo.

Nella nuova fase teatrale solista degli ultimi anni Daria Deflorian ha continuato a fondere letteratura e scena e al vertice c’è lo spettacolo del 2024 “La Vegetariana” adattamento dall’omonimo romanzo della scrittrice coreana Han Kang (che avrebbe vinto il Nobel l’anno dopo) che Deflorian ha scritto (insieme a Francesca Marciano) e diretto, ottenendo sette nomination ai premi Ubu 2025 (vincendone due).

Con “La vegetariana”, al centro della fase nuova di Deflorian, non c’è una cornice di affabulazione decostruttiva come in tanti spettacoli con Tagliarini. Si segue il testo di Kang, la sua struttura tripartita (al massimo si ricorre allo stratagemma ronconiano di attori che alternano il proprio ruolo con quello di narratore). Al centro della vicenda è Yeong-hye (Monica Piseddu) che scivolerà in una sua passiva rivolta decidendo prima di essere vegetariana, poi pian piano di lasciarsi andare. A narrare sono il prepotente tradizionalista marito, Cheong (Gabriele Portoghese), poi il cognato artista (Paolo Musio) che la coinvolgerà in una opera video-pittorica e gioco erotico, rendendola ancora più destabilizzata. Una relazione che romperà il matrimonio della sorella maggiore, In-hye (la stessa Daria Deflorian) nonché il ricovero forzato di Yeong. 

Il romanzo di Louis, autobiografico, rievoca la consapevolezza della propria identità omosessuale nell’adolescenza, i conflitti con il padre operaio comunista ma omofobo, e ne percorre con pietas politica più che sentimentale, il travaglio di persona e lavoratore prima sfruttato, massacrato nel corpo e nella psiche e poi esodato. Storie, biografie, letteratura, un teatro che sa farsi comunità, trasmissione e insegnamento tutto questo e molto altro è Daria Deflorian che con questa Personale ottiene un ulteriore e giusto riconoscimento per uno dei percorsi creativi più originali della scena teatrale italiana e internazionale.

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