Cosa resta di Davos
C’è stato un tempo in cui Davos non era soltanto un vertice, una conferenza, ma un simbolo. Nel suo momento di massimo splendore, il World Economic Forum si presentava come il luogo dove il capitalismo globale prendeva coscienza di sé. Politici, banchieri centrali, amministratori delegati, grandi investitori, leader tecnologici si riunivano sulle Alpi svizzere con un obiettivo esplicito: migliorare lo stato del mondo.
Questo motto era il centro della sua legittimazione pubblica. L’idea era che il mercato, guidato dalle élite più influenti, potesse correggere le proprie distorsioni. Che il capitale, se lasciato sufficientemente libero, avrebbe affrontato il cambiamento climatico, ridotto le disuguaglianze, promosso l’inclusione. Ma la richiesta alla politica era chiara: “Vogliamo meno regolazione, meno tasse, meno vincoli e si deve dare più spazio all’iniziativa privata”. Una visione ambiziosa che per anni è stata sostenuta con convinzione.
A distanza di più di un mese dalla conclusione dell’ultima edizione può essere utile tornare alla domanda di fondo: cosa resta di Davos?
Il Davos del suo apogeo era il tempio del cosiddetto capitalismo degli stakeholder, un capitalismo che dichiarava di non rispondere solo agli azionisti, ma a tutti i portatori di interesse, lavoratori, comunità, ambiente. La sostenibilità era la parola dominante. La responsabilità sociale d’impresa veniva proposta come nuovo modello di riferimento per il sistema economico. I principali fondi di investimento globali scrivevano lettere pubbliche agli amministratori delegati invitandoli a integrare obiettivi ambientali e sociali nelle strategie aziendali. Le multinazionali annunciavano impegni climatici, piani di neutralità carbonica, programmi per la parità di genere.
Con l’ascesa di Larry Fink a figura centrale del Forum, l’impostazione ha iniziato a cambiare in modo più netto. Fink, che negli anni scorsi aveva fatto della responsabilità climatica un punto qualificante delle sue lettere agli azionisti, ha progressivamente ridotto il peso pubblico di quei temi. L’accento si è spostato verso stabilità dei mercati, crescita, sicurezza economica.
Oggi il Forum appare meno interessato a proporsi come guida etica del capitalismo e più concentrato sul suo ruolo di piattaforma di incontro tra grandi gruppi finanziari, multinazionali e decisori politici. Anche il linguaggio si è adeguato. I riferimenti insistiti alla sostenibilità e alla giustizia sociale sono diventati più discreti. L’obiettivo prioritario sembra essere la coerenza con il clima politico prevalente. Si è passati da un Davos che aspirava a orientare l’agenda globale a un Davos che si allinea con gli equilibri di potere esistenti.
Il cambiamento è stato progressivo e visibile anche nell’aspetto stesso del Forum. Il villaggio alpino è stato occupato da spazi riservati alle grandi imprese globali, alle società di consulenza, agli operatori tecnologici. L’enfasi si è spostata su competitività, sicurezza economica, stabilità finanziaria, innovazione tecnologica. Se nel momento di massimo splendore Davos voleva essere la coscienza del capitalismo, oggi appare come il suo centro di coordinamento.
Che cosa resta, allora, del Davos al suo apice?
Forse resta la capacità di riunire le élite globali in un unico spazio, la funzione di osservatorio privilegiato delle trasformazioni economiche e geopolitiche. Resta il ruolo di snodo tra finanza, tecnologia e potere politico. Si è però indebolita l’idea che il capitalismo, guidato dalle sue figure più influenti, possa autoriformarsi in senso etico.
Il Davos del massimo splendore prometteva un capitalismo capace di correggere sé stesso. Il Davos di oggi appare concentrato sulla gestione dei rischi e sulla tutela degli interessi. La differenza non sta nella scomparsa del potere, ma nella fine di una pretesa morale. Ciò che resta di Davos è forse questo: ha smesso di fare finta di essere quello che non è.
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