Il limite smarrito (la domanda non è cosa siano diventati i giovani, ma cosa abbiamo smesso di fare noi) |
C’è una parola che abbiamo progressivamente espulso dal lessico educativo, quasi fosse un residuo di un tempo autoritario: la parola “limite”. Ed è esattamente lì che oggi si misura la qualità di una società. Perché il limite non è un’abilità istintiva, non è una dote naturale che si attiva da sola. È il risultato di apprendimenti, è una competenza psicologica e relazionale che matura con lo sviluppo e con le esperienze di vita. È un lavoro lento, fatto di correzioni, di esempio, di frustrazioni dentro a cornici relazionali. È, in ultima analisi, il modo in cui una comunità trasmette a chi cresce il senso della realtà: questo si fa, questo non si fa. Quando questo passaggio evolutivo si indebolisce, la conseguenza non è un semplice disorientamento. Si produce qualcosa di più radicale: l’incapacità di collegare l’azione al suo effetto.
È qui che nascono quei comportamenti che definiamo “inspiegabili”, ma che affondano le radici nelle esperienze vissute nel contesto educativo della famiglia, della scuola, del gruppo. Non stiamo parlando di ragazzi “mostri”, una scorciatoia morale che consola gli adulti e li assolve. Stiamo parlando di ragazzi che non hanno interiorizzato il senso del confine, necessario per riconoscere, delimitare e rispettare il perimetro del ruolo dell’adulto – genitore, insegnante, medico – perché........