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C'è sempre un prima in tutti gli episodi di violenza. E noi continuiamo a occuparci del dopo

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Ogni volta che accade qualcosa di grave in una scuola, si apre un ciclo che conosco bene. Prima lo shock. Poi le dichiarazioni. Poi le proposte: telecamere, protocolli, commissioni. Poi il silenzio, fino alla prossima volta. È un rituale collettivo che ha la forma della risposta e la sostanza dell'impotenza. Perché il problema non nasce nel momento in cui esplode. Prende forma prima, molto prima. Mentre noi continuiamo a occuparci solo del dopo.  

Il ferimento di un'insegnante a Bergamo è una grave notizia di cronaca. Ma è anche uno specchio. E quello che riflette non è un'emergenza improvvisa: è una realtà che cresce da anni, silenziosa e strutturale. Negli anni successivi alla pandemia, il disagio psicologico dei giovani è emerso con una chiarezza che non lascia più spazio alle giustificazioni: ansia, attacchi di panico, ritiro sociale, disturbi alimentari, autolesionismo, apatia, paura del futuro, isolamento. Non casi isolati. Un fenomeno di massa. Le richieste di aiuto ai servizi di salute mentale sono aumentate tra il venti e il trenta per cento.

I servizi pubblici non riescono a rispondere. Lo scarto tra domanda e offerta è diventato un abisso. Eppure continuiamo a stupirci, incredibile! Il disagio psicologico dei giovani non è più un fatto privato. È un fenomeno drammaticamente sociale, che riguarda la tenuta di una generazione intera. Le politiche che intervengono solo quando qualcosa è già accaduto rischiano di rimanere sempre un passo indietro rispetto all’urgenza di un malessere e alla sua ricaduta sociale. Un passo indietro rispetto ai ragazzi. E i ragazzi, questo, lo sanno.

C'è un dato che continuo a citare perché ancora non ha prodotto l'effetto che merita: il novantaquattro per cento di chi chiede di accedere allo psicologo scolastico ha tra i quindici e i diciotto anni. Non sono i genitori che chiedono per loro, sono proprio loro che chiedono per sé. E l'ottantuno per cento degli italiani ritiene che lo psicologo debba stare nelle scuole in modo stabile come accade in altri paesi dell’Europa. Sono numeri che parlano da soli. Ma evidentemente non abbastanza forte.

Cosa deve accadere ancora? C'è stato un momento, durante lo scorso referendum di marzo, in cui qualcosa si è rivelato con una nitidezza inaspettata. Una parte dei giovani che si sono recati alle urne - quella fascia d'età descritta di solito come apatica, disinteressata e avulsa dalla realtà - ha dimostrato di avere idee, posizioni, voglia di contare, voglia di esserci. Non erano indifferenti. Erano in attesa. In attesa di essere ascoltati. C'è un folto gruppo di giovani che aspetta soltanto di poter esprimere la propria voce oltre che il proprio malessere. Il problema non è la loro assenza. È la nostra. La scuola è il luogo in cui questa storia si gioca in modo più decisivo. Non perché debba fare tutto - la tentazione di scaricarle addosso ogni responsabilità sociale è antica e resistente - ma perché è il contesto in cui i segnali diventano visibili, in cui una presenza competente può fare la differenza tra un disagio intercettato e uno che peggiora fino a diventare cronaca, non solo cronico.

Oggi quella presenza è episodica, affidata spesso alla buona volontà dei singoli istituti. Non è sufficiente. Servono psicologi scolastici stabili, non come figura aggiuntiva, ma come componente ordinaria del sistema educativo. Servono risorse, formazione, continuità. E serve un piano nazionale per la salute mentale dei giovani che ragioni in termini strutturali, non emergenziali. So che qualcuno sta già pensando ai costi. Ma è una obiezione che rovescia la prospettiva in modo molto pericoloso. Il costo di non intervenire - in termini di sofferenza, famiglie in crisi, ragazzi che abbandonano i percorsi scolastici - è enormemente più alto.

Investire nel benessere psicologico dei giovani non è filantropia, è prevenzione. È la scelta più razionale che una società possa fare. Quello che chiediamo non è straordinario. È che l'ascolto dei giovani diventi politica. Che la prevenzione smetta di essere un'eccezione o una inutile e gravosa spesa. Che le istituzioni smettano di aspettare che accada qualcosa per accorgersi che qualcosa non va. I ragazzi stanno chiedendo. Da anni, con le parole e con i silenzi, con i comportamenti e con le urne. Stanno chiedendo di essere visti prima che sia troppo tardi. La domanda che ci riguarda tutti è semplice: fino a quando ci gireremo dall’altra parte, ancora?

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