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Cosa raccontano i funerali di Umberto Bossi e di Lionel Jospin

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03.04.2026

Umberto Bossi e Lionel Jospin sono scomparsi a tre giorni di distanza, il 19 e il 22 marzo. La coincidenza temporale dei loro funerali — e soprattutto il modo in cui sono stati celebrati — offre uno specchio di alcune differenze tra Italia e Francia nel rapporto con la politica, la memoria pubblica e l’idea stessa di Stato.

Il 22 marzo, a Pontida, luogo-simbolo della Lega, si sono svolte le esequie di Bossi. Il 27 marzo, a Parigi, all’Hôtel des Invalides, tempio laico della nazione francese dove riposa Napoleone, la Repubblica ha reso omaggio a Jospin con una cerimonia ufficiale.

Due luoghi, due liturgie, due concezioni del potere. In Italia, quello per Bossi non è stato formalmente un funerale di Stato, ma vi hanno partecipato le massime autorità: presidenti delle Camere, membri del governo, ministri. Un’assenza significativa — quella del Presidente della Repubblica — non ha cancellato il dato politico: la presenza compatta delle istituzioni a una cerimonia segnata anche da slogan contro il tricolore, simbolo della stessa nazione che quelle istituzioni rappresentano.

In Francia, al contrario, l’omaggio a Jospin ha seguito il protocollo repubblicano: bara avvolta nel tricolore, discorso teletrasmesso del presidente Emmanuel Macron, partecipazione delle più alte cariche dello Stato e del mondo culturale. Non una celebrazione partigiana, ma un riconoscimento nazionale.

Il confronto tra i funerali invita inevitabilmente a un confronto tra le due figure. Jospin fu, per sua ammissione, un uomo che conobbe “più successi che sconfitte”, “più soddisfazioni che delusioni”. “Amato dai suoi, rispettato da tutti”, lo ha definito Macron, collocandolo nella tradizione dei grandi socialisti francesi, da Jean Jaurès a François Mitterrand.

Grazie alla vittoria alle elezioni legislative del 1997, Jospin fu primo ministro dal 1997 al 2002 (l’unico dal 1958 ad aver governato per una intera legislatura). In coabitazione con il presidente gollista Jacques Chirac, guidò la “gauche plurielle” (ossia le sinistre e gli ecologisti) a una stagione di riforme che incise concretamente sulla vita dei cittadini: la settimana lavorativa di 35 ore, la copertura sanitaria universale, il PACS, ossia il patto civile di solidarietà che unisce due persone di sesso differente o dello stesso sesso, gli assegni e aiuti per gli anziani, la legge di solidarietà e rinnovamento urbano  per l’edilizia popolare, la parità politica di uomini e donne, il quinquennato presidenziale (al posto del settennato), molte  privatizzazioni, la legge sulla occupazione dei giovani, la legge “chi inquina paga” (TGAP, taxe générale sur les activités polluantes; poi ritirata perché censurata dal Consiglio costituzionale).

La sua uscita dalla scena politica, nel 2002, fu altrettanto significativa quanto la sua azione di governo. Al primo turno delle elezioni presidenziali, il 21 aprile, tutti davano per scontato che il presidente Chirac e  il primo ministro Jospin sarebbe stati ammessi al duello del secondo turno. Invece, fu il capo della estrema destra Jean Marie Le Pen (16,86 %) a qualificarsi inaspettatamente per il secondo turno, insieme a Chirac, superando di poco Jospin (16,18%). Chirac fu poi eletto con l’82 % dei voti.

La sera stessa del primo turno, Jospin assunse “la piena responsabilità” della sconfitta e dichiarò il suo “ritiro dalla vita politica”. Eppure la sua non elezione per il secondo turno fu dovuta alla presenza di altri sette candidati di sinistra (per un totale di quasi il 20% dei voti), piuttosto che a un suo demerito. Un gesto raro, che segnò una linea di demarcazione tra responsabilità personale e destino collettivo.

Il bilancio di Bossi appare di segno diverso. Fondatore della Lega Nord, tribuno di un populismo aggressivo e identitario, Bossi ha segnato profondamente il linguaggio della estrema destra italiana. Più che per risultati concreti o riforme strutturali, la sua eredità è una trasformazione del clima pubblico.

Nel corso di cinquant’anni di attività, le sue parole d’ordine — secessione, antifascismo, lotta alla “Roma ladrona”, opposizione alla mafia e ai potentati economici — si sono progressivamente dissolte o rovesciate nel loro contrario. Il movimento che invocava la secessione è oggi pilastro di un governo nazionalista; il leader che gridava “mai con i fascisti” ha permesso di riportare al governo per cinque volte forze che onorano e rivendicano la tradizione fascista; il partito che denunciava la criminalità economica e politica ha permesso l’accesso al potere e all’impunità di fatto a figure condannate per reati gravissimi.

Nella loro violenta retorica antimeridionale, Bossi e altri del suo partito hanno invocato retoricamente eruzioni vulcaniche del Vesuvio per distruggere Napoli e una metaforica separazione del meridione dal resto della penisola. Eppure proprio il partito fondato da Bossi, è il più tenace propugnatore di un costoso ponte per unire la penisola alla Sicilia.

Bossi e altri dei suoi esortarono più volte a usare la bandiera nazionale come carta igienica e a “bruciare il tricolore”. Eppure oggi la Lega è il secondo più tenace partito di un governo che ha fatto della retorica della “Nazione” e del tricolore uno degli argomenti forti della sua propaganda.

“Berlusconi sei un mafioso?” titolava nel 1998 il giornale della Lega La Padania un catalogo di dieci domande “scomode” sui legami tra Berlusconi e la mafia. Eppure fu la Lega di Bossi a permettere nel 1994 di formare un governo la cui strategia e propaganda era organizzata dal palermitano Marcello Dell’Utri, uomo della pubblicità di Berlusconi, condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (ne ha scontati solo cinque) essendo stato riconosciuto mediatore tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi.

Nel 1995 Bossi e il suo partito dichiararono "Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana..." e fondarono un fantomatico "Parlamento del Nord". Di tutto ciò non rimase nulla e il partito di Bossi è dal 2022 una colonna del governo italiano più nazionalista degli ultimi ottant’anni.

Malgrado l’atteggiamento verbalmente truce verso la criminalità, la Lega di Bossi è stata parte fondamentale di una compagine i cui tre uomini chiave (Berlusconi, Previti e Dell’Utri) furono separatamente condannati a un totale di 18 anni di reclusione, dei quali solo uno di loro ne scontò davvero appena cinque.

Nel frattempo, l’Italia attraversava una lunga stagione di stagnazione economica e di impoverimento dei ceti non benestanti: salari reali fermi da decenni, assenza di un salario minimo legale, retribuzioni di primo impiego spesso indecorose, precarietà diffusa e l’esodo all’estero di centinaia di migliaia di giovani laureati. Dinamiche complesse, certo, ma rispetto alle quali il potentato economico-politico egemone, compresa la Lega, porta la maggiore responsabilità.

E soprattutto, qualcosa di più profondo è cambiato. Con Bossi e con la Lega, il linguaggio politico della estrema destra italiana, ma anche di una parte della popolazione, si è progressivamente imbarbarito: la violenza simbolica (il cappio agitato in parlamento), il machismo esibito (“La Lega ce l’ha duro”), il ricorso frequente all’insulto e alla disumanizzazione dell’avversario, dei migranti e delle etnie disprezzate (la ministra di colore Kyenge paragonata a una scimmia), sono diventati un tratto permanente nell’espressione politica e nei media della estrema destra. Non episodi isolati, ma un metodo. “Libera la bestia che c’è in te”, il motto nella testata del giornale della Lega Il Populista, fu probabilmente l’unica missione davvero riuscita tra quelle dichiarate dai seguaci di Bossi.

Non è un dettaglio. È una trasformazione culturale di una parte degli agenti politici e dei loro sostenitori. Colpisce, infine, il diverso trattamento mediatico. In Francia, la stampa ha dedicato a Jospin analisi approfondite, tra riconoscimenti e critiche. In Italia, la scomparsa di Bossi ha generato una narrazione prolissa e indulgente, talvolta agiografica, ricca di omissioni e povera di bilanci critici.

Eppure, proprio nei momenti di commiato pubblico, una democrazia mostra la propria maturità: nella capacità di rispettare senza mitizzare e di ricordare senza falsificare. Tra Pontida e Les Invalides non si è vista solo la differenza tra due uomini pubblici. Si è intravista la distanza tra due idee di politica. E, forse, tra due idee di Paese.

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