Pensieri da età della pietra. Il costo umano per l'Iran è già spaventoso
Donald Trump ha minacciato di riportare l’Iran “all’età della pietra” se Teheran non accetterà le sue condizioni per porre fine alla guerra di aggressione da lui stesso cominciata con il suo alleato Benjamin Netanyahu. Ma di fatto sta già cercando di farlo, infliggendo con Israele pesanti danni a case e infrastrutture civili, sotto le cui rovine sono rimaste oltre 1600 vittime non militari. Fra le ultime notizie, quelle dei gravi danni subiti dall’istituto Pasteur di Teheran, istituto di ricerca fondato nel 1920 e in prima linea nella lotta contro le malattie infettive. ultimo degli attacchi contro il settore medico e farmaceutico iraniano. Fonti iraniane hanno riportato la distruzione di strutture collegate a Tofiq Darou, un'azienda che produce ingredienti per farmaci salvavita, tra cui quelli contro il cancro e la sclerosi multipla. Ma anche i trasporti non sono stati risparmiati: iconica l’immagine del ponte B1 a Karaj tagliato in due dagli attacchi e in cui almeno otto persone sono morte e un centinaio sono rimaste ferite: si tratta di collegamento fondamentale, lungo il trafficatissimo asse con la capitale. Raggiunti dagli attacchi anche l'aeroporto internazionale di Mashhad, città che ospita il santuario dell’Imam Reza, e quello di Kashan, località indimenticabile per gli edifici storici e i suoi giardini persiani. Prese di mira anche le strutture portuali di Bandar Abbas, Qeshm, Bandar-e Charak, Bandar Pol, il molo di pesca di Doha a Qeshm e l'isola di Hengam, nell’area dello Stretto di Hormuz, con gravi impatti sui trasporti marittimi e la pesca.
Drammatiche le conseguenze sulle abitazioni: secondo la Mezzaluna rossa iraniana, sono oltre 115 mila gli edifici civili colpiti e fra questi circa 91.500 unità abitative, 44 mila delle quali nella provincia di Teheran, con conseguenti decine di migliaia di famiglie sfollate. Nessuna cautela nemmeno per i luoghi sacri e i siti culturali: segnalati danni alla chiesa ortodossa russa di San Nicola a Teheran (per chi non lo sapesse in Iran vi sono chiese e sinagoghe), mentre le autorità riferiscono che almeno 132 siti storici in 18 province erano stati danneggiati. La scorsa settimana, l'Unesco – che conta in Iran una trentina di luoghi Patrimonio dell’umanità - confermava che "diversi siti di importanza culturale" sono stati colpiti e danneggiati dalla guerra. Tra questi il Palazzo Golestan di Teheran, il Palazzo Chehel Sotoun e la moschea Masjed-e Jame di Isfahan e i siti preistorici della valle di Khorramabad. La due più importanti acciaierie del Paese hanno dovuto chiudere dopo ripetuti bombardamenti: la riapertura della Khuzestan Steel Company, in particolare, potrebbe richiedere tra i sei e i dodici mesi. Mentre sulle centrali elettriche pende da giorni la minaccia di Trump di bloccare l’erogazione di energia in tutto il Paese: l'esercito americano "non ha nemmeno iniziato a distruggere ciò che resta in Iran. I ponti saranno la prossima tappa, poi le centrali elettriche", ha scritto in uno dei suoi ultimi messaggi sui social media, ignorando come al solito qualunque norma del diritto internazionale. Nonostante oltre 100 esperti di diritto internazionale americani gli abbiano scritto una lettera aperta manifestando le loro serie preoccupazioni in merito a violazioni di quello sui diritti umani e umanitario, inclusi potenziali crimini di guerra.
Intanto distruzioni, crolli e profonde crepe stanno devastando non solo luoghi tra i più preziosi lasciati dalla millenaria cultura persiana, ma anche quei piccoli tocchi di bellezza che la cultura artistica iraniana ha saputo spargere a piene mani anche negli agglomerati urbani più caoticamente cresciuti negli ultimi decenni. Chi ha vissuto anche per brevi periodi in Iran ne ha viste tracce infinite impresse con amore nei negozi, nelle case, negli arredi urbani, in piccoli hotel come quell’Heritage Hostel nel cuore di Teheran - un sogno di giovani imprenditori brutalmente ridotto a danno collaterale - o luoghi di aggregazione culturale come la Book City della stessa capitale. Per non parlare delle due scuole di Minab e Lamerd colpite dai missili Usa già il primo giorno di guerra, scenario di due stragi di bambine e adolescenti. E delle almeno 21 università danneggiate, secondo il ministero della Scienza, in poco più di un mese di guerra: quelle stesse università dove gli studenti sono stati spesso in prima linea nelle proteste proprio contro il regime dal quale Trump e Netanyahu promettevano di volerli liberare.
Quanto alle perdite di vite umane, la Human Rights Activists News Agency (Hrana) ha accertato che fino alla sera del 2 aprile la guerra aveva provocato la morte di 1606 civili, fra cui 244 bambini, e di 1213 militari - con altri 711 morti ancora da classificare.
La difficoltà dell'analisi geopolitica non lasci in ombra i danni inflitti ogni giorno agli iraniani. Dal 7 ottobre l’opinione pubblica occidentale ha assistito alle distruzioni di Israele a Gaza a in Libano senza battere ciglio o, nel migliore dei casi, con uno sconfortato senso di impotenza, anche dopo che le nostre piazze si sono mobilitate. Ora, mentre le uccisioni e le distruzioni in quei luoghi continuano e si allarga senza pietà l’espansione violenta dei coloni in Cisgiordania, anche la guerra iraniana potrebbe rivelarsi senza fine. Ma c’è una fondamentale differenza tra i primi scenari e quello apertosi il 28 febbraio: se infatti tra Gaza, Cisgiordania e Libano si poteva pensare che fosse in atto il regolamento di conti finale tra Israele da una parte, e Hamas e Hezbollah dall’altra – con gli inermi civili nei territori occupati in mezzo -, il conflitto con l’Iran ha aperto dinamiche internazionali molto più estese. Al punto che le cronache di questo conflitto, uscito dalla logica binaria della guerra di Israele contro i suoi “nemici”, si arrovellano tra i contraddittori deliri di onnipotenza del presidente Trump, i dilemmi dei Paesi arabi del Golfo non più garantiti dall’alleato americano, il bellicismo a oltranza di Israele e la discesa in campo di altri attori, dal Pakistan alla Cina. Ma è il prezzo umano, in termini di vite distrutte e di strutture civili bombardate, che non può essere dimenticato. Da età della pietra è l’elementare brutalità del pensiero trumpiano. Ma riportare indietro di decenni lo sviluppo economico e sociale anche in Iran, come già ha fatto e sta ancora facendo Israele tra il Libano e le terre dei palestinesi, renderebbe davvero insanabile la ferita già troppo tragicamente aperta, dal 7 ottobre ad oggi, in Medio Oriente.
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