Ma se la Repubblica Islamica frana, cosa si prepara per l’Iran? |
La premio Nobel Shirin Ebadi, in un’intervista su La Stampa ripresa anche da Huffpost, dice che il regime cadrà, ma non si sa “da quale parte crollerà, quanta devastazione provocherà e chi sostituirà il regime”. Tuttavia spera che quel giorno ci sia un referendum con supervisione Onu. Chissà se da una Premio Nobel – in esilio da tempo a differenza della sua omologa Narges Mohammadi, da un mese di nuovo in carcere e in regime di isolamento - ci potremmo anche aspettare l’indicazione di un percorso politico a tutela degli iraniani in patria: un percorso da suggerire magari a quei potenti, Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che dopo aver causato circa mille morti nella loro Guerra dei 12 giorni di giugno ora si mostrano pronti a farne un’altra in tempi brevi. "Il popolo iraniano ha la capacità di far cadere da solo il regime a patto che nessuno lo puntelli – aggiunge però Shirin Ebadi -. Non chiediamo aiuto esterno, ma pretendiamo che i governi stranieri non vadano in soccorso del regime”.
In realtà c’è da chiedersi quale governo occidentale voglia prestare soccorso alla Repubblica Islamica, dopo che anche l’Europa – tramite Francia, Germania e Regno Unito - ha nei mesi scorsi dato la spallata finale, favorendo il ripristino delle sanzioni Onu, all’ultimo brandello rimasto dell’accordo sul nucleare del 2015: quel Jcpoa che, pur se rispettato dall’Iran come allora certificava l’Aiea, fu unilateralmente tradito dalla prima amministrazione Trump con l’avvio di un nuovo ciclo di pesanti sanzioni. Considerato che i negoziati per un nuovo accordo tra Iran e Usa sul nucleare sono in stallo proprio dalla guerra di giugno, e che Teheran in questi mesi aveva più volte dichiarato la sua disponibilità a riprendere i colloqui, verrebbe da chiedersi se, per soccorso alla Repubblica Islamica, non si debba appunto intendere una riapertura della via diplomatica brutalmente interrotta.
Ma della stessa intervista è interessante anche un altro passaggio. Quando Francesca Paci chiede a Ebadi come veda il fatto che tra i primi a schierarsi con gli iraniani sia stato il ministro dell’ultradestra israeliana Itamar Ben Gvir, prima di Trump e Netanyahu, la Nobel risponde: “Chiunque sostenga il popolo iraniano è per me importante e non mi interessa giudicare cosa abbia fatto in altri contesti”. Se Trump o politici di estrema destra dicono che gli iraniani hanno il diritto di protestare, prosegue, “non sento di dover chiedere loro le credenziali per questa affermazione. Neppure i giornalisti dovrebbero farlo”. E invece noi ce lo chiediamo: può il popolo iraniano affidare il proprio futuro a chi ha orchestrato, condotto e sostenuto il massacro dei civili a Gaza, la distruzione di colture e villaggi e l'uccisione di palestinesi innocenti in Cisgiordania, oltre che l'arresto di migliaia di altri trattenuti senza processo in detenzione amministrativa, in una sistematica violazione dello stato di diritto e del diritto internazionale? È il sostegno di questo tipo di potenti che si augurano ora gli iraniani, vogliano essi solo uscire dalla crisi economica o sperino anche in un cambiamento radicale nella vita politica del Paese?
La risposta non è univoca, come sempre. Forse davvero una parte di iraniani è pronta a tutto, pur di sbarazzarsi della Repubblica Islamica. Ma sicuramente ve ne sono altri che sono preoccupati per il popolo palestinese - anche se restano critici del fatto che molte risorse del Paese sono state dirottate nel sostegno di Hamas - e soprattutto non vogliono fare una simile fine.
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