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Cicatrici invisibili: gli effetti della guerra sui bambini, dall'ansia al Dna

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La guerra non finisce quando smettono di fischiare i missili. Per milioni di bambini nel mondo, il conflitto armato continua ogni giorno, nel corpo, nella mente e — come ci rivela la ricerca più recente — persino nei geni. Gli effetti sui più giovani sono molteplici e stratificati: psicologici, emotivi, fisici persino epigenetici. E spesso colpiscono anche chi vive a migliaia di chilometri dai teatri di guerra.

Anche lontano dalle zone di conflitto, i bambini sperimentano ansia, angoscia e stress acuto che può evolvere in cronico. Il dato che più sorprende riguarda gli Stati Uniti: due milioni di bambini americani hanno un genitore impegnato in conflitti all'estero. La ricerca ci dice che il predittore più potente degli effetti psicologici sui piccoli è la stabilità emotiva del genitore che hanno accanto. Essere sopraffatti dalla paura, o terrorizzati, si trasmette ai figli come per contagio. Eppure, molti adulti non godono di alcun supporto psicologico o emotivo.

C'è poi il caso dei 750mila americani di origine iraniana che vivono quotidianamente una scissione dolorosa: sono fuggiti da un paese che amano, e il paese che li ospita ha aggredito quello delle loro origini. Un'ambivalenza lacerante, difficile da nominare e ancora più difficile da elaborare.

Tra le forme più silenziose di disagio c'è quella vissuta dai bambini palestinesi-americani, che vedono dissolversi il proprio paese d'origine senza avere strumenti per elaborare una perdita così radicale. Un lutto sospeso, privo di cerimonie e di riconoscimento collettivo.

A questo si aggiungono le separazioni familiari — brutali interruzioni dei contatti causate dalla distruzione delle infrastrutture di comunicazione — riconosciute dagli esperti tra i fattori più potenti di insicurezza e disagio nei minori.

Il 28 febbraio scorso un attacco in Iran ha colpito una scuola elementare, uccidendo 168 bambini e 14 insegnanti. I piccoli avevano tra i 7 e i 12 anni. Le immagini della devastazione erano disponibili su TikTok pochi minuti dopo, senza alcun filtro. I ragazzi di tutto il mondo si sono trovati soli davanti a quell'orrore, incapaci di parlarne con i genitori — spesso nel tentativo disperato di proteggerli. Gli specialisti dell'American Academy of Pediatrics tengono a sottolineare una distinzione importante: c'è differenza tra il disagio, che è diffuso e comprensibile, e il disturbo clinico conclamato, che si svilupperà solo in un sottogruppo di soggetti. 

Una piccola ma significativa notizia arriva dalla medicina rigenerativa, con il progetto "Mission to Kiev", che ha sviluppato e applicato i protocolli della metodologia Biodermogenesi nel trattamento delle cicatrici da guerra e da ustione. I risultati, pubblicati su riviste scientifiche, sono stati superiori alle attese. Su 67 feriti della guerra in Ucraina — tra cui 15 bambini — il trattamento non invasivo con campi elettromagnetici ha prodotto un miglioramento funzionale medio del 75%: pazienti che hanno recuperato l'uso di mani, braccia, bocca, compromesse da ferite e ustioni, diminuito il dolore, recuperato la mobilità. Il miglioramento dell'aspetto fisico, percepito dagli stessi pazienti, si è attestato intorno al 50%. 

La frontiera più inquietante riguarda il DNA. Il Prof. Giuseppe Novelli, ordinario di genetica medica all'Università di Roma Tor Vergata spiega: “il trauma non è solo un ricordo, è una realtà biologica che si imprime nella chimica del nostro corpo e può essere trasmessa alle generazioni future. Gli studi condotti sui sopravvissuti al genocidio ruandese del 1994 e più recentemente sulla Siria hanno rilevato profili epigenetici modificati sia nei sopravvissuti che nella loro prole. In particolare, sono stati analizzati i profili di metilazione in geni correlati alla regolazione dello stress — come NR3C1, riscontrando correlazioni con il disturbo post-traumatico da stress. Non ereditarietà in senso classico, ma un impatto biologico che interessa più generazioni”.

La guerra lascia cicatrici ovunque: sulla pelle, nella mente, nei geni. La scienza impara lentamente a curarle. Ma la prima cura resta quella di non causarle.

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