L'ambiguità statunitense sulla protezione delle centrali nucleari ucraine
(di Ludovica Castelli)
Il 5 marzo 2026 gli Stati Uniti, per la prima volta dall’inizio del conflitto in Ucraina nel 2022, si sono uniti a Russia e Cina nel votare contro una risoluzione – la settima di questo tipo – dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Il testo ribadiva che gli attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine, da cui dipende l’alimentazione elettrica esterna delle centrali nucleari – incluso l’impianto nucleare di Zaporizhzhia – costituiscono una minaccia diretta alla sicurezza e alla protezione nucleare. A distanza di due settimane, un articolo del Wall Street Journal riportava alcune dichiarazioni di ufficiali militari statunitensi secondo cui azioni militari contro impianti nucleari potrebbero essere considerate “legittime” e “possibili”, qualora tali obiettivi contribuiscano allo sforzo bellico e il danno collaterale risulti contenuto.
Sebbene tali episodi si collochino in un contesto più ampio segnato da una significativa deleggitimazione del diritto internazionale umanitario – e appaiano, per molti versi, particolarmente intollerabili – essi rappresentano l’espressione, per certi versi brutale, di una traiettoria di lungo periodo nella posizione statunitense in materia di protezione delle installazioni nucleari in tempo di conflitto armato.
Già nel secondo dopoguerra si affermò una crescente consapevolezza circa la necessità di limitare i rischi derivanti da attacchi a infrastrutture la cui distruzione avrebbe potuto generare effetti catastrofici sulla popolazione civile. In questo contesto, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) svolse un ruolo propulsivo, introducendo nel 1956 una disposizione che prevedeva l’immunità, sotto il profilo dello jus in bello, per opere e installazioni contenenti forze pericolose, tra cui dighe, argini e centrali nucleari.
Tale impulso normativo trovò formalizzazione solo nel 1977 con l’adozione dell’Articolo 56 del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra e dell’Articolo 15 del Protocollo aggiuntivo II alle Convenzioni di Ginevra. Entrambe le disposizioni includono le “centrali nucleari elettriche” tra le installazioni oggetto di protezione speciale.
Fin dalle negoziazioni emerse una tensione strutturale tra esigenze umanitarie e necessità militari. Gli Stati Uniti si distinsero per una posizione fortemente critica; il presidente Ronald Reagan definì il Protocollo I “fondamentalmente e irrimediabilmente difettoso”, ritenendo inaccettabile che norme multilaterali potessero comprimere eccessivamente la libertà d’azione militare. Secondo la posizione statunitense, tale disposizione presentava due criticità fondamentali: da un lato, un’eccessiva enfasi sulla dimensione umanitaria a scapito delle esigenze operative; dall’altro, una sostanziale ridondanza rispetto ai principi consuetudinari già esistenti, quali proporzionalità e precauzione. Un gruppo di lavoro del Dipartimento della Difesa giunse a qualificare l’articolo come “inaccettabile” nella sua formulazione originaria, sottolineando la necessità di preservare margini di flessibilità.
Di fatto, il testo finale dell’Articolo 56 recepì in larga misura tale impostazione. La categoria degli obiettivi protetti venne circoscritta, mentre fu esplicitamente introdotta una logica di protezione condizionata: qualora tali installazioni qualificassero come obiettivi militari ai sensi dell’Articolo 52, esse potevano essere attaccate a condizione che l’operazione non comportasse il rilascio di forze pericolose né provocasse gravi perdite tra la popolazione civile. Parallelamente, venne formalizzata un’importante eccezione: la protezione cessava qualora l’installazione fosse utilizzata in modo regolare, significativo e diretto a supporto di operazioni militari. In tali circostanze, anche attacchi suscettibili di causare effetti severi potevano essere considerati leciti, qualora costituissero l’unico mezzo per interrompere tale supporto.
In altre parole, questa impostazione di fatto preservava l’opzione militare contro tali impianti. Le posizioni europee, pur meno radicali, non si discostarono sostanzialmente da questa logica. Francia e Regno Unito chiarirono esplicitamente di non poter accordare una protezione assoluta a installazioni suscettibili di contribuire allo sforzo bellico avversario, pur impegnandosi ad adottare tutte le precauzioni necessarie per limitare i danni alla popolazione civile e subordinando eventuali attacchi a decisioni di alto livello.
Ne emerge un dato fondamentale: la protezione delle centrali nucleari, lungi dal configurarsi come un divieto assoluto, è stata sin dall’origine concepita come una protezione limitata, condizionata e intrinsecamente ambigua. È proprio tale ambiguità strutturale che consente di comprendere le evoluzioni più recenti della posizione statunitense.
Durante l’amministrazione di Donald Trump, questa ambiguità è stata significativamente esasperata. Nel contesto delle tensioni con l’Iran, dichiarazioni provenienti da ambienti governativi e strategici (come l’ormai popolare intervista a Mike Waltz) hanno lasciato intendere che infrastrutture nucleari potrebbero essere considerate obiettivi legittimi in determinate circostanze, soprattutto qualora inserite in un più ampio sistema percepito come dual-use.
È in questo quadro che la centrale nucleare di Bushehr assume particolare rilevanza. L’impianto ospita un unico reattore operativo VVER di fabbricazione russa da 915 MWe ed è normalmente collegata alla rete attraverso più linee ad alta tensione, la cui integrità rappresenta un elemento cruciale per la sicurezza dell’impianto. Il reattore è racchiuso in una struttura di contenimento in cemento armato progettata per resistere a impatti esterni, inclusi quelli aeronautici, e per impedire il rilascio di materiale radioattivo; tuttavia, tali strutture non sono invulnerabili.
Al di là del rischio di un attacco diretto (pochi giorni fa l’AIEA ha segnalato la distruzione di una struttura situata a 350 metri dal reattore), anche l’interruzione dell’alimentazione elettrica esterna o dei sistemi di raffreddamento costituirebbe una minaccia significativa. In scenari estremi, tali interruzioni potrebbero condurre a esplosioni di idrogeno o a una fusione del nocciolo. Sebbene il dissipatore finale di calore dell’impianto sia il Golfo Persico – riducendo il rischio di perdita della fonte ultima di raffreddamento rispetto ad altri casi – l’approvvigionamento idrico potrebbe comunque essere compromesso in vari modi. Ulteriori criticità derivano dalla presenza, nel sito, sia di combustibile fresco sia di combustibile esaurito. Quest’ultimo, contenuto nel nocciolo del reattore e nelle piscine di stoccaggio, include isotopi altamente pericolosi che, in caso di rilascio, comporterebbero gravi conseguenze sanitarie e ambientali.
È proprio alla luce di tali vulnerabilità tecniche che la questione assume una rilevanza giuridica. I rischi associati a un eventuale attacco contro Bushehr sollevano interrogativi concreti sulla capacità del quadro normativo internazionale di prevenire, stigmatizzare, ed effettivamente proibire scenari di grave destabilizzazione. In particolare, l’Articolo 56 rappresenta, di fatto, il principale - e sostanzialmente unico - strumento giuridico specificamente volto alla protezione fisica delle centrali nucleari in tempo di conflitto armato. Sebbene esistano ulteriori convenzioni e principi che contribuiscono indirettamente alla tutela di tali infrastrutture, manca tuttora un quadro normativo organico e comprensivo che ne vieti in modo assoluto l’attacco. Ne deriva un duplice ordine di rischio: da un lato, quello - già di per sé gravissimo - di un incidente radiologico con conseguenze transfrontaliere; dall’altro, quello che tale rischio venga deliberatamente strumentalizzato a fini coercitivi. Quest’ultima dinamica appare ormai consolidata nel caso di Zaporizhzhia, dove la manipolazione del rischio nucleare si è progressivamente configurata come una modalità di pressione strategica nel corso degli ultimi quattro anni.
Inoltre, la presenza nella regione di ulteriori impianti nucleari - tra cui la centrale di Barakah negli Emirati Arabi Uniti - amplifica queste preoccupazioni e riporta al centro un dibattito più ampio sul futuro dell’energia nucleare nella regione. Ciò solleva anche interrogativi sul diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare e, di conseguenza, sullo strumento che lo garantisce, il Trattato di non proliferazione nucleare.
In conclusione, la narrativa statunitense sugli attacchi contro centrali nucleari, per quanto insostenibile, si inscrive in una più ampia e persistente prioritarizzazione dell’imperativo militare rispetto ai principi umanitari. Gli Stati Uniti non sono stati, peraltro, gli unici a sostenere questo ‘equilibrio’ nel tempo. Dalle negoziazioni dei Protocolli del 1977 fino agli sviluppi più recenti, emerge con chiarezza il rifiuto di una proibizione assoluta e la conseguente valorizzazione di margini di discrezionalità operativa. In questo contesto, il caso di Bushehr non costituisce un’eccezione, bensì il punto di convergenza di scelte militari e strategiche che continuano a ridefinire i confini della liceità nell’uso della forza contro obiettivi estremamente sensibili, come le infrastrutture nucleari.
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