Dal caso Android al DMA, l'Europa smette di rincorrere le Big Tech e inizia a prevenirle |
La recente decisione della Commissione europea sul caso Google Android (con la quale sono stati definiti gli obblighi di interoperabilità del sistema operativo in base al Digital Markets Act) non è l'ennesimo velleità di Bruxelles nel digitale. È invece il segnale che l’Europa ha deciso di cambiare passo: non più inseguire le Big Tech a colpi di maxi‑multe dopo anni di indagini, ma intervenire prima, con regole chiare e tempi rapidi.
Dal processo infinito alla regolazione anticipata.
Per oltre un decennio, i grandi casi antitrust – da Google Shopping ad Android, fino alle recenti indagini su Apple e Meta – hanno avuto tutti lo stesso difetto: arrivavano tardi. Nel caso Android, ad esempio, la Commissione ha accertato l’abuso e inflitto la maxi‑multa da 4,34 miliardi di euro nel 2018, per pratiche che si erano consolidate almeno dal 2011: sette anni di ritardo fra la diffusione dei comportamenti contestati e la sanzione. E solo nel 2026 la Corte di giustizia ha chiuso definitivamente il contenzioso, confermando la multa da 4,1 miliardi: in tutto, quasi 15 anni fra l’inizio delle pratiche e la fine della storia giudiziaria. Nel frattempo, il mercato mobile europeo si era già strutturato attorno a quell’integrazione fra Android, Google Search e Chrome che l’Antitrust ha giudicato lesiva della concorrenza. Il Digital Markets Act ("DMA") nasce proprio da questa frustrazione: se aspetti sette, dieci anni per accertare che una pratica è illegittima, sul piano concorrenziale hai già perso. Servono invece regole ex ante, con procedimenti che si chiudono in 12 mesi e non in un decennio.
Con il DMA, l’UE cambia schema: non parte più da una ipotesi di abuso per costruire, caso per caso, un fascicolo infinito, ma da una lista di piattaforme online ben identificate – i gatekeeper – e da un pacchetto di obblighi standard che scattano in automatico su app store, sistemi........