L’assenza di regole per i minerali strategici in Africa ne rende opaco lo sfruttamento
L’Africa possiede considerevoli quantità di minerali strategici, come cobalto, manganese, fosfati, rame, bauxite, litio, coltan, grafite; essi sono oggetto delle mire di vecchi e nuovi attori internazionali nel continente africano, poiché risultano essenziali per la costruzione delle batterie dei veicoli elettrici, per usi militari e civili, per i processi di digitalizzazione, per la trasformazione energetica, etc. Si è scatenata quindi una vera e propria corsa all’accaparramento delle miniere africane e dei migliori contratti di sfruttamento da parte di Cina, Russia, Canada, Australia, Emirati, Arabia Saudita, Stati Uniti, ed un numero ristretto di altri Paesi con esperienza mineraria di avanguardia e capitali disponibili. Pochi sono gli Stati europei coinvolti in prima linea nella competizione sulle terre rare africane, e fra essi non figura l’Italia, malgrado un’attenzione maggiore del passato su questo settore. La corsa ai minerali strategici in Africa dovrebbe svilupparsi secondo alcune regole e principi di base universalmente accettati, per evitare i facili abusi che possono accompagnare l’intero fenomeno, quali corruzione; sfruttamento dei minori nelle miniere; dislocazione delle comunità residenti; inquinamento; utilizzo dei proventi per finanziare guerre, colpi di Stato, insurrezioni armate o simili deragliamenti. Inoltre, al fine di non replicare ancora una volta il mero sfruttamento da parte dei Paesi avanzati ai danni del Continente africano, sarebbe necessario il trasferimento di conoscenze tecniche agli operatori locali, la collocazione delle raffinerie negli stessi Stati di origine, la realizzazione di concreti benefici per le comunità autoctone in linea con i Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite, ed un generale avanzamento degli Stati africani lungo la “catena del valore” delle terre rare. Invece, non esiste una normativa internazionale cogente sulla materia, ed è quanto meno improbabile che una soddisfacente regolamentazione circa lo sfruttamento dei minerali strategici possa avvenire in questi tempi, contraddistinti dall’estinzione progressiva dei meccanismi tipici del negoziato multilaterale, e dall’affermazione incontrastata del diritto del più forte in campo internazionale. Alcuni principi ispiratori sono stati elencati dai Paesi G20 sotto la Presidenza sudafricana del gruppo, lo scorso anno: il G20 Critical Minerals Framework si limita però ad affermare la centralità del tema, in vista di ulteriori sviluppi negoziali, e l’esigenza di un’equa e bilanciata cooperazione fra gli Stati produttori e quelli importatori, evitando l’obbligatorietà dei valori affermati, e toccando marginalmente il tema del buon governo del fenomeno e della salvaguardia dei diritti dei più fragili. Simile appare l’architettura del G7 Critical Minerals Action Plan, varato nel 2025 sotto Presidenza canadese. Anche la African Green Minerals Strategy adottata dall’Unione Africana nel 2025 rimane un’enunciazione astratta di principi-guida per le legislazioni nazionali. Solo l’Unione Europea ha approvato nel 2024 una strategia a carattere obbligatorio, denominata Critical Raw Material Act, la quale comprende in effetti la tematica della “governance” e dei diritti umani, ma non concerne specificamente il rapporto con i Paesi africani, dove il ruolo europeo nell’estrazione mineraria non risulta comunque preminente. La mancanza di norme obbligatorie, a differenza di quanto accade ad esempio con il Kimberley Process per l’estrazione e la commercializzazione dei diamanti, è dovuta a una serie di fattori, alcuni tecnici, altri squisitamente politici. Sebbene l’Africa possegga molte terre rare, i singoli Paesi africani dispongono in genere di uno o due categorie di minerali strategici, e pertanto non riescono ad influire sul mercato globale di quelle materie prime, né sui prezzi, né sulle condizioni di base dell’attività. Inoltre, malgrado i principi generali sopra citati spingano per un maggiore coinvolgimento dei Paesi di origine e delle loro collettività nei processi di produzione, in realtà le carenze infrastrutturali, l’insufficienza della rete elettrica, gli elevatissimi costi della raffinazione in loco continuano di fatto a determinare una relazione di tipo quasi neo-coloniale con i grandi importatori, al di là delle buone intenzioni. Il rischio è che l’Africa continui ad esportare materie prime in cambio di royalties, e ad importare prodotti finiti dal mondo più avanzato, senza alcun valore aggiunto continentale. Sul fronte politico, la competizione sfrenata fra Russia, Cina, Stati Uniti ed altri grandi attori globali rende problematico l’obiettivo di norme universali di “buon governo” nell’utilizzo dei minerali strategici; mentre sul fronte africano c’è da chiedersi quanto interesse abbiano realmente Stati retti da autocrazie militari, come Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad, Guinea, a rendere trasparente e regolare un’attività che contribuisce in maniera determinante ad arricchirli e a mantenerli al potere. La Cina riveste una parte cospicua, ma non preponderante, nella fase di estrazione dei minerali strategici; ma è sul fronte della loro raffinazione e della successiva distribuzione che Pechino ha costruito una indiscussa leadership globale, pari a circa l’87% del “processing”, dovuta alla scelta strategica, fatta molto prima dei concorrenti, di trasformare rapidamente le proprie fonti energetiche. Ciò rende la Cina la prima destinazione delle terre rare africane non processate, ed anche il loro più rilevante utilizzatore finale. Altri attori nei cosiddetti processi di “upstreaming” sono l’Indonesia, l’India, gli Stati Uniti, il Sud Africa, la Corea del Sud, la Turchia, il Giappone. Sul fronte africano, i maggiori produttori di minerali critici sono RDC, Marocco, Guinea, Sud Africa, Ghana, Nigeria, Zimbabwe, Zambia, tutti Paesi che stanno tentando anche di ascendere nella “catena del valore”, non limitandosi ad esportare le terre rare, ma avviando altresì iniziative di raffinazione e di acquisizione di tecnologia a beneficio delle loro popolazioni. In tale contesto alquanto confuso, va sottolineato il ruolo di alcuni Think Tank ed Organizzazioni Non Governative in direzione di una migliore regolamentazione internazionale ed una “governance” del fenomeno minerario in Africa, come l’italiana Ecco Climate, la sudafricana Southern Transitions, ed il European Council for Foreign Relations, le cui approfondite analisi e proposte sono consultabili nei rispettivi siti online.
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