Politiche dell’immaginario. La città come dispositivo culturale

Viviamo in un tempo in cui discutiamo di bilanci, riforme e sicurezza, ma raramente ci interroghiamo su chi governa davvero l’immaginario collettivo. Eppure, è lì che si forma l’identità delle nuove generazioni.

Abbiamo investito in infrastrutture materiali, ma spesso trascurato l’infrastruttura simbolica. Abbiamo finanziato eventi, ma non sempre costruito continuità. Nel vuoto lasciato dalle istituzioni culturali si sono inseriti mercato e algoritmi globali — non per scelta, ma per assenza di regia.

Questa “rubrica” nasce da una domanda semplice: chi forma oggi l’identità collettiva?

La cultura non è un settore è una infrastruttura democratica primaria. È una responsabilità pubblica che riguarda il futuro. Perché generare cultura significa prendersi cura dell’immaginario di una comunità.

La città come dispositivo culturale Spazio pubblico e identità urbana

Ripartiamo dalla domanda con cui chiudevo la riflessione precedente: se le identità si costruiscono sempre più dentro flussi digitali frammentati, quale ruolo può ancora avere lo spazio pubblico – e in particolare la città – nel ricomporre una trama condivisa?

Per rispondere, dobbiamo cambiare sguardo.

La città non è solo uno spazio fisico. Non è soltanto un insieme di strade, edifici, servizi. È un dispositivo culturale. È il luogo in cui l’immaginario prende forma concreta. Dove le storie diventano visibili, attraversabili, condivise. Dove le identità individuali incontrano una dimensione collettiva. Roma, in questo senso, è un caso estremo. Non è solo una città. È una stratificazione di immaginari. È una sovrapposizione continua di epoche, simboli, narrazioni che convivono nello stesso spazio. Camminare a Roma significa attraversare secoli di rappresentazioni del potere, della religione, dell’arte, della vita quotidiana. Ma proprio per questo Roma mostra anche, con particolare evidenza, la fragilità di questo dispositivo. Perché una città così densa di immaginario non è automaticamente una città che produce immaginario contemporaneo. Può diventare il contrario: un luogo in cui il passato è così dominante da rendere più difficile costruire nuove narrazioni condivise. Un luogo attraversato da milioni di persone, ma non sempre abitato simbolicamente da chi lo vive ogni giorno.

E allora il punto non è la quantità di patrimonio. È il modo in cui quel patrimonio entra in relazione con il presente. Se la città diventa solo uno sfondo — per il turismo, per gli eventi, per la rappresentazione — perde la sua funzione più profonda: essere un dispositivo attivo di costruzione dell’esperienza collettiva. Questo riguarda Roma, ma riguarda tutte le città contemporanee. Per lungo tempo, la città è stata il principale spazio di costruzione della comunità. Le piazze, i quartieri, i luoghi della cultura erano contesti di relazione continua, non occasionale. Oggi questo ruolo si è indebolito. Lo spazio pubblico è sempre più attraversato ma meno abitato. Le esperienze si spostano dentro dispositivi individuali, dentro ambienti personalizzati che non richiedono presenza reciproca. La città rischia così di perdere la sua capacità di costruire trama.

Eppure, proprio per questo, oggi può tornare ad avere un ruolo centrale. Perché è uno dei pochi luoghi in cui è ancora possibile costruire esperienza condivisa non mediata. Uno dei pochi spazi in cui l’incontro non è filtrato da un algoritmo. Ma questo non accade spontaneamente. Serve una scelta politica. Serve tornare a pensare la città come infrastruttura culturale, non come contenitore di eventi. A Roma questo significa, prima di tutto, lavorare sulla continuità. Non solo programmare, ma costruire connessioni tra luoghi, istituzioni, quartieri. Non solo valorizzare il patrimonio, ma attivarlo. Non solo attrarre, ma coinvolgere.

Significa pensare ai musei, alle biblioteche, agli spazi pubblici, alle scuole, non come elementi isolati, ma come parti di un sistema che produce senso nel tempo. Perché una città non costruisce identità attraverso singoli momenti. La costruisce nella durata. Nel modo in cui rende accessibile la cultura. Nel modo in cui crea occasioni di relazione. Nel modo in cui permette ai cittadini di riconoscersi nello spazio che abitano. La questione, allora, non è solo urbanistica. È profondamente politica. Che tipo di città vogliamo costruire? Una città che ospita eventi o una città che produce significato? Una città che offre consumo culturale o una città che costruisce appartenenza?

È qui che le politiche culturali incontrano le politiche urbane. Perché governare la città significa anche governare le condizioni in cui si forma l’immaginario collettivo.

E allora la domanda, ancora una volta, si sposta: può la cultura limitarsi a produrre eventi, o deve tornare a costruire infrastrutture capaci di generare continuità, relazione e identità nel tempo?

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