Politiche dell’immaginario. Appunti sulla responsabilità pubblica della cultura: giovani senza trama |
Viviamo in un tempo in cui discutiamo di bilanci, riforme e sicurezza, ma raramente ci interroghiamo su chi governa davvero l’immaginario collettivo. Eppure, è lì che si forma l’identità delle nuove generazioni. Abbiamo investito in infrastrutture materiali, ma spesso trascurato l’infrastruttura simbolica. Abbiamo finanziato eventi, ma non sempre costruito continuità. Nel vuoto lasciato dalle istituzioni culturali si sono inseriti mercato e algoritmi globali — non per scelta, ma per assenza di regia.
Questa “rubrica” nasce da una domanda semplice: chi forma oggi l’identità collettiva?
La cultura non è un settore è una infrastruttura democratica primaria. È una responsabilità pubblica che riguarda il futuro. Perché generare cultura significa prendersi cura dell’immaginario di una comunità.
Giovani senza trama Identità e narrazione nel tempo digitale
Ripartiamo dall’ultima domanda con cui si chiudeva la riflessione precedente, perché è da lì che oggi passa una delle questioni più urgenti delle politiche dell’immaginario: che cosa accade alla costruzione dell’identità, soprattutto nelle nuove generazioni, quando l’immaginario non è più una trama condivisa ma un flusso continuo di immagini?
Non è una domanda astratta. È una domanda che riguarda il modo in cui oggi si diventa sé stessi.
Per la prima volta, una generazione cresce dentro un ambiente in cui l’immaginario non si costruisce attraverso narrazioni lunghe, condivise, riconoscibili, ma attraverso flussi continui, frammentati, personalizzati.
Non c’è più una sequenza che ordina il racconto. C’è una successione. Non c’è più un prima e un dopo. C’è un presente continuo che si aggiorna senza sosta. In questo contesto, le identità cambiano forma. Non si sedimentano nel tempo, ma si aggiornano. Non si costruiscono attraverso il racconto, ma attraverso l’esposizione. Non si consolidano, ma si riorganizzano continuamente. Ogni immagine, ogni contenuto, ogni interazione diventa un frammento che si aggiunge, si sostituisce, si sovrappone.
Il punto non è che i giovani non abbiano identità. Il punto è che l’identità si costruisce in condizioni radicalmente diverse. Per lungo tempo, crescere significava anche attraversare delle storie. Storie familiari, scolastiche, culturali, politiche. Storie che offrivano una continuità, una direzione, una possibilità di riconoscimento. Oggi questa trama si indebolisce.
Le storie non scompaiono, ma si accorciano. Si frammentano. Si consumano rapidamente.
E questo produce una conseguenza profonda: la difficoltà di costruire una narrazione di sé che tenga nel tempo. Perché l’identità non è solo un insieme di esperienze. È la capacità di metterle in relazione, di dare loro un senso, di costruire una continuità.
Quando questa continuità si indebolisce, ciò che emerge non è il vuoto, ma una forma di instabilità permanente. Si è sempre in costruzione, ma raramente in consolidamento.
Questo ha effetti culturali, sociali, ma anche politici. Perché una società che fatica a costruire narrazioni lunghe è anche una società che fatica a immaginare il futuro. E una generazione che vive dentro un presente continuo rischia di avere meno strumenti per proiettarsi, per scegliere, per prendere posizione.
Il punto, allora, non è opporre passato e presente. Non è rimpiangere modelli precedenti.
È capire come ricostruire condizioni di narrazione dentro un ambiente che tende a dissolverle.
E qui torna, ancora una volta, la responsabilità pubblica della cultura.
Scuola, istituzioni culturali, spazi pubblici, produzione artistica: non possono limitarsi a offrire contenuti. Devono tornare a offrire contesti. Questo significa, ad esempio, trasformare i luoghi culturali in spazi di continuità e non di consumo episodico: biblioteche e musei che non siano solo luoghi di visita, ma luoghi in cui si torna, si approfondisce, si costruisce nel tempo un rapporto con le opere, attraverso cicli lunghi di attività, laboratori permanenti, programmi che accompagnano le persone per mesi e non per ore.
Significa ripensare la scuola non solo come luogo di trasmissione, ma come spazio di costruzione narrativa, in cui gli studenti possano lavorare su progetti che li mettano in relazione con il territorio, con la memoria dei luoghi, con le storie delle comunità, trasformando l’apprendimento in un processo che lascia tracce e non in una sequenza di moduli che si esauriscono.
Significa utilizzare lo spazio pubblico come dispositivo narrativo: non solo eventi, ma percorsi, installazioni, progetti artistici che si sviluppano nel tempo e che chiedono ai cittadini di tornare, di seguire un’evoluzione, di riconoscersi dentro una storia che si costruisce progressivamente. Una piazza che ospita un’opera che cambia, un quartiere che diventa racconto attraverso interventi successivi, una città che non si limita a esporre ma che costruisce senso.
Significa anche creare piattaforme digitali pubbliche che non replicano la logica del flusso, ma la contrastano: archivi narrativi accessibili, progetti partecipativi in cui i cittadini contribuiscono a costruire storie collettive, spazi online che restituiscono profondità invece di accelerare la dispersione.
E ancora, significa sostenere pratiche artistiche che lavorano sulla durata: residenze, processi partecipativi, produzioni che coinvolgono i cittadini non come spettatori ma come parte di una narrazione che si costruisce insieme nel tempo.
Devono creare luoghi – fisici e simbolici – in cui le storie possano ancora durare, intrecciarsi, sedimentarsi.
Perché senza trama non c’è solo perdita di profondità. C’è una trasformazione del modo stesso in cui si diventa individui. E allora la domanda, ancora una volta, si sposta: come si costruisce oggi una narrazione di sé, in un mondo che tende a trasformare ogni esperienza in un frammento immediatamente sostituibile? E ancora: se le identità si costruiscono sempre più dentro flussi digitali frammentati, quale ruolo può ancora avere lo spazio pubblico – e in particolare la città – nel ricomporre una trama condivisa?
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