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Politiche dell’immaginario. Appunti sulla responsabilità pubblica della cultura: algoritmi

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30.03.2026

Viviamo in un tempo in cui discutiamo di bilanci, riforme e sicurezza, ma raramente ci interroghiamo su chi governa davvero l’immaginario collettivo. Eppure, è lì che si forma l’identità delle nuove generazioni.

Abbiamo investito in infrastrutture materiali, ma spesso trascurato l’infrastruttura simbolica. Abbiamo finanziato eventi, ma non sempre costruito continuità. Nel vuoto lasciato dalle istituzioni culturali si sono inseriti mercato e algoritmi globali — non per scelta, ma per assenza di regia.

Questa “rubrica” nasce da una domanda semplice: chi forma oggi l’identità collettiva?

La cultura non è un settore è una infrastruttura democratica primaria. È una responsabilità pubblica che riguarda il futuro. Perché generare cultura significa prendersi cura dell’immaginario di una comunità.

Cultura e algoritmi Chi governa oggi l’immaginario?

Ripartiamo da qui. Se il pubblico non è un target ma una comunità, chi decide oggi quali storie arrivano fino a noi? Chi orienta ciò che vediamo, ciò che leggiamo, ciò che ascoltiamo? In altre parole: chi governa oggi l’immaginario?

Prima ancora di rispondere, però, dobbiamo chiarire di cosa stiamo parlando. Che cos’è, oggi, l’immaginario?

Non è un insieme indistinto di immagini. È qualcosa di molto più strutturato e decisivo: è l’insieme delle rappresentazioni, delle narrazioni, dei simboli attraverso cui una società interpreta se stessa e attraverso cui ogni individuo costruisce la propria identità.

È il campo in cui si forma ciò che consideriamo possibile, desiderabile, giusto, normale. È il luogo in cui si costruiscono le aspirazioni, le paure, i modelli di riferimento.

L’immaginario non è mai neutro. È sempre il risultato di una selezione. Per molto tempo questa selezione è stata riconoscibile. Aveva luoghi, istituzioni, responsabilità. Scuola, editoria, cinema, televisione, musei, spazio pubblico: erano questi i dispositivi attraverso cui una società organizzava il proprio racconto. Oggi, questa architettura è cambiata radicalmente.

La risposta alla domanda iniziale, sempre più spesso, è semplice e insieme difficile da accettare: non qualcuno, ma qualcosa.

Non un soggetto, ma un sistema. Non una decisione esplicita, ma una logica automatizzata: gli algoritmi.

Sono loro che, in misura crescente, organizzano l’accesso all’immaginario. Selezionano, ordinano, amplificano, escludono. Decidono cosa appare e cosa scompare. Costruiscono gerarchie invisibili dentro un flusso che appare continuo e neutro, ma che neutro non è. Ogni contenuto che vediamo è il risultato di una scelta. Solo che quella scelta non è più pubblica, non è più esplicita, non è più facilmente contestabile.

E qui si gioca una trasformazione profonda. Perché se nel Novecento il problema era l’accesso — chi può parlare, chi può produrre cultura — oggi il problema è la visibilità. Tutto è potenzialmente accessibile, ma non tutto è visibile. E la visibilità non è distribuita in modo democratico: è mediata, filtrata, calibrata.

Dentro questo sistema, l’immaginario non scompare. Si riconfigura.

Diventa più veloce, più frammentato, più reattivo. Ma anche più prevedibile.

Perché gli algoritmi tendono a privilegiare ciò che funziona, ciò che trattiene, ciò che genera interazione. E così facendo, rischiano di ridurre la complessità, di appiattire le differenze, di riportare il nuovo dentro schemi già riconoscibili.

Non è censura. È qualcosa di più sottile: una curatela invisibile. Il punto non è demonizzare la tecnologia. Gli algoritmi sono strumenti potenti. Il punto è che oggi operano dentro uno spazio che è diventato centrale per la vita culturale e democratica senza essere accompagnati da un adeguato livello di responsabilità pubblica. E mentre questo accade, le istituzioni culturali rischiano di restare ai margini. Continuano a produrre contenuti, ma sempre meno incidono sulle condizioni della loro circolazione. Parlano, ma non sempre riescono a entrare nei flussi in cui oggi si costruisce l’attenzione.

È qui che serve uno scarto. Le politiche culturali non possono più limitarsi alla produzione. Devono interrogarsi sulla distribuzione, sulla visibilità, sull’accesso agli algoritmi stessi.

Devono tornare a porsi una domanda fondamentale: come si costruisce oggi uno spazio pubblico dell’immaginario?

Significa pretendere trasparenza. Significa assumersi una responsabilità pubblica anche negli spazi digitali. Significa investire in educazione critica, perché comprendere come funzionano questi sistemi è ormai una competenza civica.

Perché la questione, in fondo, non è tecnologica. È politica.

Chi governa l’immaginario governa ciò che una società è in grado di pensare. E oggi quella governance è in gran parte invisibile. Ma proprio per questo produce effetti ancora più profondi. Perché non riguarda soltanto ciò che vediamo. Riguarda il modo in cui impariamo a raccontarci.

E allora la domanda si sposta, e diventa ancora più radicale: che cosa accade alla costruzione dell’identità, soprattutto nelle nuove generazioni, quando l’immaginario non è più una trama condivisa ma un flusso continuo di immagini?

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