Appunti sulla responsabilità pubblica della cultura. Comunità vs marketing culturale

Viviamo in un tempo in cui discutiamo di bilanci, riforme e sicurezza, ma raramente ci interroghiamo su chi governa davvero l’immaginario collettivo. Eppure, è lì che si forma l’identità delle nuove generazioni. Abbiamo investito in infrastrutture materiali, ma spesso trascurato l’infrastruttura simbolica. Abbiamo finanziato eventi, ma non sempre costruito continuità. Nel vuoto lasciato dalle istituzioni culturali si sono inseriti mercato e algoritmi globali — non per scelta, ma per assenza di regia.

Questa “rubrica” nasce da una domanda semplice: chi forma oggi l’identità collettiva?

La cultura non è un settore è una infrastruttura democratica primaria. È una responsabilità pubblica che riguarda il futuro. Perché generare cultura significa prendersi cura dell’immaginario di una comunità.

Il pubblico non è un target: Comunità vs marketing culturale

Il pubblico è davvero un target? O dovremmo ricominciare a pensarlo come una comunità?

È con queste due domande che si chiudeva il precedente articolo di questa rubrica.

Non riguardano soltanto i musei. Riguardano l’intero modo in cui oggi pensiamo e organizziamo la produzione culturale.

Negli ultimi anni il linguaggio del marketing è entrato stabilmente nel lessico della cultura. Festival, mostre, stagioni teatrali, cinema, editoria, piattaforme digitali: tutto sembra ormai ruotare intorno alla stessa logica. Individuare un pubblico, segmentarlo, costruire un’offerta mirata.

Si parla di target, di audience, di engagement, di strategie di posizionamento.

Sono strumenti utili, spesso necessari. La cultura vive dentro una società complessa e deve saper dialogare con le trasformazioni dei linguaggi, dei media, delle abitudini di fruizione.

Ma proprio qui emerge una domanda più profonda.

Quando il pubblico diventa un target, cosa succede alla dimensione pubblica della cultura?

Perché la cultura non è soltanto un settore produttivo. Non è solo un insieme di contenuti da distribuire o eventi da programmare. È uno dei luoghi in cui una società costruisce il racconto di se stessa.

Attraverso le storie, le immagini, i simboli e i luoghi della cultura, anche ogni individuo costruisce il racconto della propria vita. È dentro questo spazio condiviso di significati che ciascuno di noi trova parole, figure e memorie con cui interpretare la propria esperienza.

Film, libri, mostre, spettacoli, festival, spazio pubblico: sono tutti frammenti di un grande dispositivo simbolico che produce immaginario.

Ed è proprio su questo terreno che la parola target mostra tutti i suoi limiti.

Un target si intercetta. Una comunità si costruisce. Un target consuma un prodotto culturale. Una comunità riconosce una storia come parte della propria identità. Questa differenza non è soltanto semantica. È profondamente politica. Perché una politica culturale può scegliere due strade molto diverse.

La prima è inseguire pubblici sempre nuovi attraverso l’offerta di eventi, contenuti e prodotti culturali pensati per intercettare segmenti specifici di mercato.

La seconda è lavorare nel tempo per costruire comunità culturali, cioè gruppi di persone che si riconoscono in un patrimonio di storie, simboli e luoghi condivisi.

Nel primo caso la cultura diventa consumo. Nel secondo diventa appartenenza.

E questa distinzione riguarda tutto il sistema culturale: i musei, certo, ma anche il cinema, il teatro, l’editoria, i festival, le biblioteche, i luoghi della produzione artistica contemporanea.

Riguarda, in fondo, il modo in cui una società decide di abitare il proprio immaginario.

Perché il pubblico non è semplicemente un insieme di spettatori. È una comunità che decide se quella storia la riguarda oppure no.

Ma oggi questa comunità non incontra la cultura soltanto nei musei, nei teatri o nelle biblioteche. Sempre più spesso la incontra attraverso piattaforme digitali, flussi di contenuti e sistemi di raccomandazione che selezionano ciò che vediamo, ascoltiamo e leggiamo. Ed è qui che emerge una nuova domanda.

Se il pubblico non è un target ma una comunità, chi decide oggi quali storie arrivano fino a noi? Chi orienta ciò che vediamo, ciò che leggiamo, ciò che ascoltiamo?

In altre parole: chi governa oggi l’immaginario?

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