Il quartetto delle meraviglie non può gestire la politica estera italiana

Quando parliamo della Dc e della sua politica estera, al netto della storica criminalizzazione politica e culturale dei comunisti declinata per quasi 50 anni contro il partito che ha ricostruito l’Italia, non c’è alcun dubbio che forse non esiste ancora nessun’altra formula politica, alleanza, coalizione o partito che possa avvicinarsi realmente al progetto democratico cristiano.

Certo, visto che non siamo su “Scherzi a parte” credo che non sia neanche immaginabile pensare, oggi, a una politica estera costruita, governata e gestita dal quartetto delle meraviglie. Cioè da Schelin, Conte, Fratoianni/Bonelli/Salis e Landini. Dio ce ne scampi. Ma, per uscire dalla fantapolitica e per restare all’attuale dibattito politico, non posso non ricordare - e senza alcuna regressione nostalgica o passatista - che la storica politica estera italiana ha sempre avuto alcuni caposaldi essenziali. Certo, la politica è una continua evoluzione e, per dirla con Guido Bodrato, “la politica è un’eterna transizione”. Ma è indubbio che se il nostro paese mette in discussione alcuni tasselli che hanno contribuito a definirne la sua identità politica, culturale e di governo, è abbastanza certo che l’epilogo finale non potrebbe che essere quello del caos e della confusione istituzionalizzati. Con pesantissime ricadute politiche, economiche, sociali e di sicurezza per l’intero paese. E, soprattutto, di credibilità e di affidabilità del nostro paese nello scacchiere geopolitico mondiale.

Ma questi caposaldi si possono declinare a due condizioni: che ci sia una classe dirigente autorevole, qualificata e riconosciuta e all’altezza della situazione da un lato e che, dall’altro, il progetto di governo sia alimentato da una cultura politica altrettanto definita nonchè chiara e coerente.

Ora, se vogliamo riassumere gli elementi di fondo attorno ai quali si è costruito nel tempo questo progetto non possiamo non ricordare almeno quattro tasselli a cui proprio la DC, e anche buona parte dei governi della cosiddetta seconda repubblica, si sono concretamente ispirati. Non quelli populisti, come ovvio e scontato.

Innanzitutto una rocciosa e granitica fiducia nel progetto europeista. E questo non solo perchè il progetto europeista e federalista è nato per merito di tre grandi e storici leader democratico cristiani ma per la semplice ragione che senza un Europa politica il nostro paese sarebbe semplicemente a rischio e senza una bussola a cui guardare per affrontare i temi che sono quotidianamente sul tappeto.

In secondo luogo, e seppur alle prese con una guida americana alquanto incerta e funambolica, l’atlantismo come orizzonte anche per garantire sicurezza e tutela al nostro paese sul piano intenzionale. Europeismo ed atlantismo che si possono riassumere nella difesa e nella continua riscoperta dei valori occidentali.

In terzo luogo un ruolo attivo, protagonista e costante nell’area del Mediterraneo. E non solo per la collocazione geopolitica dell’Italia ma anche, e soprattutto, perchè il governo della regione del Medio Oriente è, da sempre, un nodo decisivo per gli stessi equilibri geopolitici a livello mondiale. Un dialogo ed un confronto a cui il nostro paese non ha mai rinunciato ma sempre coltivato ed assecondato. Ma questo dialogo e questo confronto si possono realmente declinare solo con una classe dirigente politica autorevole, riconosciuta e fortemente rappresentativa. E la Dc, piaccia o non piaccia ai suoi storici ed incalliti detrattori, su questo versante e attraverso i suoi governi e i suoi leader e statisti è sempre stata in prima linea.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la politica estera è sempre stata, nella Dc e nei suoi governi, l’asset decisivo e strategico per il progetto politico che realmente dispiegava. La politica estera non è una variabile indipendente ai fini del progetto complessivo di governo ma, al contrario, è l’elemento decisivo e determinante che qualifica un governo.

Ecco perché, ricordando succintamente questi quattro tasselli, l’eredità politica della Democrazia Cristiana e dei suoi principali leader e statisti non può essere consegnata agli archivi storici ma, al contrario, continua a essere il faro che illumina qualsiasi progetto politico democratico, riformista, occidentale e con una spiccata cultura di governo. Dimenticarlo sarebbe una sciagura per qualsiasi alleanza e coalizione che voglia governare il nostro paese.

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