La strada verso Cuba

«Con le autostrade accade quanto segue: ovunque passino, sui lati comincia a crescere (come la gramigna, come un’eventualità) il deserto».

Per chi come me non c’è mai stato, Cuba e, più nello specifico, L’Avana, hanno sempre rappresentato un desiderio e un miraggio. Un luogo da raggiungere al più presto - prima che arrivino gli americani, prima che tutto finisca -, e, al contempo, un’illusione, una terra che non può esistere davvero, che si può soltanto immaginare, o sognare. Ora, nel 2026, resta il miraggio, e non ho più voglia di andarci, tutto è cambiato laggiù e ovunque (me compreso), per sempre. In questo chiaroscuro sentimentale, anche un poco malinconico, viene a inserirsi (e in soccorso) un romanzo bello e divertente che ho finito di leggere appena mezz’ora fa. Lo ha scritto Jorge Enrique Lage, e si intitola L’autostrada: the movie (Ventanas, 2026, traduzione di Laura Putti). Lage è nato a L’Avana nel 1979 e da qualche anno vive a Valencia, in Spagna. La sua biografia somiglia a quella di molti nostri amici: figlio della cultura pop, ha gli stessi nostri riferimenti musicali o letterari e, soprattutto, deve essere uno dalla battuta pronta, uno di quegli amici che ti conoscono bene e ti sollevano da una serata di cattivo umore. Naturalmente, tutto questo non basta per saper scrivere. Devi possedere lo sguardo, il senso del ritmo e la capacità di mescolare più cose per raccontare, in fondo, la realtà, trasportandola però in un universo surreale. In breve, quello che nel libro succede.

«Quattro dinosauri che camminano per un boulevard con gli occhiali scuri, spettinati dal vento. Un elicottero che sorvola una folla accalcata in uno stadio. Un tizio che assomiglia al cantante dei Wilco (con un'espressione che evoca l'emicrania o le dipendenze da farmaci causate dall'emicrania del cantante dei Wilco) mentre lotta con un granchio in una bettola di Caibarién. Un tizio che assomiglia a David Foster Wallace con una benda sulla testa in mezzo a un campo di canna da zucchero bruciato a nord di Ciego De Ávila. Una bella chitarrista appesa a una recinzione di ferro: in fondo si vede la Baia di Guantánamo, quella zona lontana dove c'era un paesino chiamato Caimanera».

Tra la Florida e l’America Latina è in costruzione un’autostrada monumentale, una probabile e devastante cattedrale nel deserto a più livelli; lungo il suo percorso si muovono due singolari e indimenticabili personaggi, il narratore e l’Autistico. La loro idea è di girare un documentario prima che l’orrore si concretizzi, distruggendo territorio e culture, spianando, abbattendo ogni luogo e, di conseguenza, l’anima stessa delle persone. Si spostano senza una destinazione reale, nel loro viaggio incontrano una serie di personaggi, solo apparentemente surreali, tutti estremamente riusciti, Lage, per ognuno di loro immagina un dettaglio, un movimento, una frase che ce li renderà fratelli; all’occorrenza, vorremmo abbracciarli, salvarli, bere qualcosa con loro e subito dopo lasciarceli alle spalle, come sempre si fa con le cose anche belle. Emerge il desiderio del futuro ma il futuro del progresso e della tecnologia, che diserba le culture e la storia, mette paura. Ed ecco il miraggio, ecco Cuba, piccola, nemmeno più un’isola, ma solo un lembo di passaggio tra il Nord e il Sud America. Una sorta di non luogo senza più storia. Cuba, nelle pagine di Lage, è già oltre il terzo paesaggio, forse è un quarto, un quinto paesaggio, dove però non sappiamo (e non sapremo) cosa potrà nascere dalle macerie, dal disastro.

«Ufficialmente siamo ormai in zona catastrofe. Lo siamo sempre stati».

Jorge Enrique Lage è portato per la commedia, credo sappia che la tragedia ne è solo una sottocartella, e in quello spazio inventa una storia divertente, surreale, ricorda alcuni passaggi del mitico Charles Willeford di Miami Blues (edizione italiana più recente Feltrinelli, traduzione di Emiliano Bussolo). E poi i suoi personaggi fanno venire in mente alcuni altri grandi scrittori sudamericani, come Soriano, il primo che mi viene in mente. Insomma, tante cose.

Il romanzo è retto da numerosi paragrafi brevi, come se l’autore si spostasse rapidamente da una scena all’altra, come se avessero bisogno - lui e i suoi protagonisti - di fare in fretta a girare il documentario, e a provare a salvare anche un singolo granello di sabbia. Un bel libro che racconta i nostri giorni - facendo una stupenda critica al potere senza quasi avere bisogno di nominarlo - in cui, ora dopo ora, ogni cosa pare sfuggirci di mano, diventando irriconoscibile o, semplicemente, sparendo.

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