La paura del silenzio. Lasciamola, almeno durante la pratica
Entriamo in macchina e ci connettiamo in automatico all’ultimo episodio del podcast del momento. Iniziamo a cucinare e la TV fa da sottofondo, non perché la guardiamo, ma perché "fa compagnia". Persino sotto la doccia, il suono dell’acqua viene coperto da una playlist musicale. Siamo diventati bulimici di input, terrorizzati da quel vuoto acustico che ci costringe a fare i conti con l'unica voce che cerchiamo disperatamente di silenziare: la nostra.
Questa "fobia del silenzio" ha invaso anche il perimetro sacro del tappetino. Sempre più spesso la pratica dello yoga viene accompagnata da sottofondi ritmati o guide vocali incessanti, trasformando un momento di introspezione nell’ennesima sessione di multitasking sensoriale. Eppure, la scienza è chiara: il nostro cervello ha un bisogno fisiologico di pause dal rumore. Uno studio della Duke University Medical School, un po’ una pietra miliare sull’argomento, ha dimostrato che due ore di silenzio al giorno possono favorire la rigenerazione cellulare nell'ippocampo, l'area dedicata alla memoria e all'apprendimento. In un mondo che monetizza ogni secondo della nostra attenzione, stare in silenzio è diventato quasi un atto di ribellione.
Praticare yoga senza distrazioni sonore, dunque, non è un esercizio punitivo, ma un ritorno a casa. È nel silenzio che il respiro smette di essere un rumore di fondo e diventa una bussola, ed è lì che impariamo a distinguere tra un corpo che si allunga e una mente che resiste.
Il nostro cervello ha bisogno di silenzio e non è solo una sensazione spirituale. Quando siamo costantemente bombardati da stimoli — che sia la notifica di un'app o la voce di uno speaker in cuffia — il nostro cervello rimane bloccato in uno stato di iper-vigilanza. Le neuroscienze definiscono Default Mode Network (DMN) quella rete neurale che si attiva quando la mente non è focalizzata su un compito esterno. È in questo "stato di riposo" che avviene la magia: elaboriamo le emozioni, sviluppiamo la creatività e consolidiamo la nostra identità. Se riempiamo ogni istante di pratica con un input esterno, neghiamo al cervello la possibilità di fare "pulizia". Il silenzio sul tappetino agisce come un tasto reset per il cortisolo, abbassando i livelli di stress e permettendo al sistema parasimpatico di riparare i danni dell'ansia quotidiana.
In un’economia globale che vive di "attention mining", ovvero l'estrazione sistematica della nostra attenzione per trasformarla in profitto, decidere di non ascoltare nulla è una forma di resistenza. Scegliere il silenzio è un atto politico, perché la libertà di non essere un "bersaglio acustico" è una delle più minacciate. Quando pratichiamo yoga in silenzio, smettiamo di essere consumatori di contenuti e torniamo a essere padroni del nostro tempo. Non stiamo "imparando" una nuova strategia di marketing, non stiamo ascoltando le opinioni di un influencer: stiamo semplicemente esistendo. In questo senso, il silenzio non è un'assenza, ma una riappropriazione dello spazio privato che la tecnologia ci ha sottratto.
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