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Avvocati e general counsel, dalla stessa parte

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01.04.2026

Si è svolto a Milano un convegno come pochi, forse il primo in assoluto che ha messo allo stesso tavolo avvocati e general counsel. Due figure professionali che, per chi non è del settore, condividono la stessa radice: sono entrambe giuristi e, spesso, entrambi hanno sostenuto e passato l'esame statale di abilitazione. Stessa formazione dunque, stesso percorso e stesse competenze, o quasi... finché uno non entra nello studio legale e l'altro in azienda e non è detto che poi uno faccia il salto dall'altra parte nel corso della sua vita professionale. Eppure, nel percepito comune – e spesso anche nella pratica – sembrano appartenere a mondi distinti, se non addirittura concorrenti. L’incontro, organizzato da AIGI (Associazione Italiana Giuristi d’Impresa), nasce proprio con l’obiettivo di colmare questa distanza e promuovere una visione integrata tra le due professioni che ancora in Italia stenta ad affermarsi.

Da un lato, l’avvocatura tradizionale, ordinata e riconosciuta dall’Ordine degli Avvocati. Dall’altro, il giurista d’impresa, che ancora oggi trova il suo principale riferimento istituzionale proprio in AIGI e che spesso, ancora oggi, è ben meno conosciuta come posizione legal strategica. Come ha osservato il Presidente dell’associazione, “avvocato interno e avvocato esterno stanno in rapporto tra medico di base e medico specialista: individuare il problema, cogliere la patologia e poi eventualmente affidarsi a uno specialista per risolverlo o costruire un percorso di prevenzione. Un lavoro di team". Una metafora efficace, che però porta alla luce anche una lacuna strutturale: la difficoltà di riconoscere pienamente il valore sistemico del giurista d’impresa all’interno dell’ecosistema giuridico italiano è un dato di fatto. Non è infatti semplice, oggi, trovare una narrazione condivisa che consideri avvocati e general counsel come un team.

Più spesso vengono rappresentati come figure in competizione, con il risultato di alimentare una distanza che finisce per penalizzare soprattutto le piccole e medie imprese italiane nella loro visione strategica. Proprio quelle realtà che, invece, avrebbero più da guadagnare da un’evoluzione sinergica del ruolo legale interno ed esterno. Il giurista d’impresa, infatti, non è soltanto un tecnico del diritto. È – o dovrebbe essere – un vero business partner. Siede accanto all’amministratore delegato, ne comprende il linguaggio, condivide obiettivi e criticità. Ragiona in termini di strategia, sostenibilità e rischio. Un approccio che non sempre appartiene al legale esterno, spesso più distante dalle dinamiche operative e produttive dell’azienda e dal suo linguaggio tecnico. Non per mancanza di competenza, ma per una diversa posizione nel sistema. Le decisioni del general counsel sono, per loro natura, business oriented. Non evitano il rischio: lo valutano, lo misurano, lo governano. Perché una verità resta ineludibile: il rischio zero non esiste. E dove non c’è rischio, difficilmente c’è anche impresa. Eppure, nonostante questo ruolo strategico, la funzione legale continua a essere percepita da molte aziende come un centro di costo, relegata tra le spese comprimibili. Una visione miope, che ignora il valore preventivo e generativo di un presidio legale evoluto e la volontà di investire nei professionisti migliori. A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale, che investe entrambe le professioni. Non si tratta solo di opportunità, ma anche di nuovi rischi.

Le cosiddette “allucinazioni generative”, ad esempio, mettono in discussione l’affidabilità delle informazioni prodotte dai sistemi. Allo stesso modo, fenomeni come l’“adulazione algoritmica”  e cioè la tendenza delle macchine ad assecondare le richieste dell’utente anche quando ciò comporta una distorsione della realtà aprono interrogativi inediti sul rapporto tra tecnologia, verità e responsabilità dei legali fuori e dentro il mondo imprenditoriale. Sono sfide che né l’avvocato esterno né il giurista d’impresa possono affrontare da soli. Richiedono, al contrario, un dialogo continuo, una "contaminazione" di competenze, una visione comune. Forse è proprio da qui che bisogna ripartire: non da ciò che distingue le due figure, ma da ciò che le unisce. Perché, in un contesto economico e tecnologico sempre più complesso, il diritto non può più permettersi divisioni. Deve imparare a fare squadra perché a vincere non è l'intelligenza generativa del futuro ma la valorizzazione delle risorse umane che meglio sapranno scoprirne i vantaggi e goderne di un approccio corretto.

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