Se la scuola vale meno di un’ora di tennis
Se questi sono i “maestri”, non meravigliamoci della perdita di autorevolezza della scuola, con tutto ciò che ne consegue (e lo stiamo vedendo tutti i giorni). Per maestri, diciamolo subito, non intendiamo coloro che, giorno dopo giorno, entrano davvero in classe e si spendono per il bene delle future generazioni di cittadini, ma uomini di spettacolo che ormai, complice il megafono social, intervengono urbi et orbi su ogni cosa e quando parlano non lo fanno, ahinoi, a classi di 20 o 30 ragazzi, ma a milioni di persone.
È passata sotto relativo silenzio la recente boutade di Claudio Bisio. Eccolo riferire l’altro giorno alla Stampa: “Quando erano ragazzi, capitava che i miei figli facessero dei colpi di testa, come saltare la scuola per giocare a tennis, per cui da padre dovevo sgridarli. Lo facevo, ma dentro di me ero fiero di loro: la vita è più importante di un compito in classe”. Una frasaccia che a suo modo fa il paio con la recente - e mediaticamente ben più rumorosa - uscita di Gerry Scotti sui docenti di sostegno: “Chi vuol fare il vostro lavoro deve accettare quello che passa il convento”, ha detto a una docente durante una nota trasmissione tv.
Espressioni che, per quanto senza dubbio proferite in modo non malizioso, aprono uno squarcio impietoso sulla reale percezione che nel nostro Paese si ha della scuola e di chi ci lavora. Ma torniamo al Claudio nazionale, per cui la scuola è altro dalla vita e quest’ultima è riducibile a una partita di tennis. Non vogliamo fare i “presidi bacchettoni” fuori tempo massimo, ma un paio di cose proprio non ci vanno giù: la prima è appunto il distinguo manicheo (e immancabilmente polarizzato) fra scuola e vita, quasi si trattasse di due affari distinti, due strade destinate a non incrociarsi e nemmeno avvicinarsi, l’una verso l’abisso del fallimento (a chi importa studiare ormai?), l’altra verso la realizzazione di un’esistenza piena e “di successo”.
Eh no, caro Bisio: anche la scuola è vita, anche i compiti in classe sono vita, e ha ragione il ministro Valditara quando dice che proprio nella “grammatica”, per quanto apparentemente inutile e pedante, si apprendono le prime regole del rispetto e del vivere civile. La scuola non è solo nozioni, no di certo: è anche, e forse soprattutto, imparare a onorare gli impegni e i doveri, e la data di compiti e interrogazioni non è solo un circoletto rosso sul diario, ma l’inizio di questo cammino. Il secondo cortocircuito lo abbiamo già anticipato: forse i successi di Jannik Sinner stanno facendo girare la testa (non a caso ormai si parla di tennis e non più di pallone), ma quanto stride veder ridurre la vita a una partita di tennis mentre nel mondo ci sono intere generazioni di bambini che pur di studiare e cercare di costruirsi un futuro fra macerie, spari e bombe, la loro esistenza la rischiano davvero? Sarebbe meglio per tutti se ciascuno facesse il proprio mestiere.
I commenti dei lettori
HuffPost crede nel valore del confronto tra diverse opinioni. Partecipa al dibattito con gli altri membri della community.
