Il sogno americano non paga le cure

L’America è il Paese che fa sognare. È la terra del viaggio dei sogni, del talento che trova spazio, della promessa che chiunque — con abbastanza determinazione — possa costruirsi un futuro. I Millennials sono cresciuti dentro questa narrazione (ora un po' meno). L’American Dream non era solo un’idea economica: era un immaginario culturale diffuso dal cinema e dalla televisione.

Dawson, protagonista di Dawson's Creek, è l’incarnazione perfetta di quel mito. È un sognatore puro. Vive di cinema, sogna il cinema, vuole trasformare la propria passione in destino. E nella fiction il sogno funziona: Dawson ce la fa. Diventa regista, realizza ciò che desiderava. La promessa americana sembra mantenuta.

Anche l’attore che lo interpreta, James Van Der Beek, per un’intera generazione rappresenta la prova concreta che quel sogno è possibile. La fama globale, il successo televisivo, l’ascesa nell’industria dell’intrattenimento: sembra la conferma che talento e ambizione vengano premiati.

Ma la realtà non segue la sceneggiatura.

Quando la malattia entra in scena, il successo non basta. Non basta essere stati un’icona generazionale. Non basta aver “fatto successo”. Negli Stati Uniti, dove la sanità è in larga parte privata, milioni di persone devono fare affidamento sul crowdfunding per potersi curare. Secondo una ricerca del NORC presso l’Università di Chicago, circa 8 milioni di americani hanno avviato campagne di raccolta fondi per sé o per familiari, e oltre 50 milioni hanno contribuito donando denaro. Questo non può passare inosservato: è la prova che anche chi ha successo o assicurazione può trovarsi improvvisamente vulnerabile. E la coscienza altrui non è l’unico atto a cui si dovrebbe attingere.

Ed è qui che nasce la discrepanza più irriverente.

Il sogno teenager raccontato dalla televisione è lineare: sogno, lotta, successo, stabilità. L’American Dream promette mobilità sociale. Ma nessuna di queste narrazioni garantisce protezione.

Se anche chi è arrivato in cima può trovarsi esposto di fronte a una malattia, allora il problema non è individuale. È sistemico. In un modello totalmente privatizzato, la salute diventa una questione di possibilità economica o di capacità di mobilitare una comunità online. Più sei visibile, più hai chance di raccogliere fondi. Meno lo sei, più sei solo.

La generazione dei Millennials è cresciuta credendo che “farcela” significasse mettersi al sicuro. Che il successo fosse una forma di assicurazione implicita contro l’imprevisto. Ma la realtà dimostra che il successo è riconoscimento, non protezione.

La domanda allora non è se il sogno americano esista ancora. La domanda è: che tipo di sogno è quello che non tutela la vita?

Perché un sistema che affida la cura alla fortuna economica o alla generosità dei fan non sta celebrando la libertà individuale. Sta normalizzando l’assenza di una rete collettiva. Forse la vera disillusione dei Millennials non è aver sognato troppo. È aver scoperto che il sogno non includeva una garanzia fondamentale: la salute.

E un sogno che non protegge il corpo, prima o poi, smette di proteggere anche l’immaginario.

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