La guerra è un pessimo affare, tranne per pochi
Conviene a pochi, la guerra. Ai mercanti e fabbricanti d’armi, ai grandi speculatori finanziari sulle materie prime (il petrolio, per dire), a chi butta giù intere città (Gaza, per fare un esempio) per ricostruirle. Fatte poche altre eccezioni, il resto è un disastro. Per le distruzioni e per i morti, innanzitutto, per le famiglie orfane, per le vite spezzate dei tanti che molto di più avrebbero serenamente meritato. E per la povertà che si diffonde bruciando risorse che altro miglior uso avrebbero potuto avere.
Tranne per pochi, la guerra è un pessimo affare. Eppure continuano.
Giustamente segnata da uno sfondo color rosso mattone cupo, “Il Sole24Ore” di alcuni giorni fa ha fatto una prima pagina inquietante. Il titolo, a tutta pagina, diceva “Europa a rischio di recessione tecnica”. I dati sono tutti negativi. Il Pil frena, l’inflazione cresce, l’economia arranca e i posti di lavoro diminuiscono. Tutti fenomeni noti, per chi ogni giorno si occupa di economia. Più in generale, in parole povere, ciò significa che ci sono molti meno soldi in circolazione nelle casse degli Stati e della Ue per fare una serie di spese e di investimenti essenziali, per i servizi pubblici, per le retribuzioni. Recessione come incubo, minaccia, rischio di ulteriori tensioni politiche e sociali.
Verso la fine del suo pontificato Papa Francesco aveva parlato di “terza guerra mondiale a pezzi”. Aveva ragione. Basta guardare la carta geografica e segnare le aree di conflitto, Hormuz e le aree del Medio Oriente sotto tensione, Gaza, l’Ucraina, i cieli percorsi dagli aerei di guerra perennemente a rischio di incidente. Le flotte in movimento verso luoghi strategici, a cominciare dalle acque attorno a Taiwan. La Groenlandia pretesa con le buone o le cattive. E così via peggiorando: le cronache più aggiornate ci dicono di una gigantesca partita bellica nello spazio sopra di noi.
Potrebbe venirci in mente una gigantesca sfida a Risiko. Solo che non è un gioco. La Storia riguarda tutti noi. Se stiamo attenti alle parole che riempiono il linguaggio di ogni giorno, ci accorgiamo come sia aumentato il numero delle parole comunemente usate in modo aggressivo. Derubricando le minacce più terribili a linguaggio della politica. Trump: “Ancora due o tre settimane di conflitto. Ridurremo l’Iran all’età della pietra”. L’età della pietra…
A parte la consapevolezza che non esiste azione terribile che non ne provochi di altrettanto tremende (buon senso, non sofisticati studi di West Point; e l’Iran è armato di missili intercontinentali che possono raggiungere le principali città europee), il tema su cui concentrare il massimo dell’attenzione degli uomini che ancora ragionano e dei politici e delle persone di cultura e conoscenza che sanno ancora avere a che fare con una coscienza è come giocare le poche carte sul tavolo per impedire il disastro. La recessione oggi, l’inferno di Hormuz domani, le guerre stellari dopodomani.
In questo scenario terribile, l’Europa ha un ruolo tutt’altro che marginale. Solide democrazie (per quanto messe troppo spesso in crisi dalla mediocrità dei suoi gruppi dirigenti), un’attitudine robusta a tenere insieme welfare, imprese e libertà, una formale abitudine a negoziare. I suoi limiti, di scarsa incisività politica, sono stati tutti messi in evidenza proprio in questa stagione di drammatica crisi. Ma restano la sua capacità diplomatica nei confronti di vaste aree del mondo (India, America Latina, Canada). E resta una solida cultura comune su cui fare leva per costruire politiche e istituzioni su cui rifondare una stagione di scambi, trovando vie d’uscita al confronto muscolare tra Usa e Cina. Siamo Occidente democratico, abbiamo culture e capacità da approvare e fare valere.
Serve un’Europa, insomma, che innanzitutto prenda consapevolezza di sé e affronti, con un primo gruppo di paesi, i temi della sicurezza, dell’energia, dell’innovazione, della paziente ricostruzione dei tessuti del commercio internazionale. Il “Piano Draghi” ne consente utili indicazioni.
Nella confusione dei linguaggi guerreschi e nelle crescenti difficoltà che investono le istituzioni occidentali e la stessa Nato, l’Europa dà piccole ma significative prove di capacità di tenuta di rafforzamento del proprio ruolo. Una strada indispensabile.
Quanto al linguaggio e alla cultura diffusa, mentre c’è chi parla di “età della pietra” potrebbe essere utile anche usare il buon vecchio cinema per ricordare, anche alle nuove generazioni, cosa significhi guerra, non per le scene spettacolari, ma, andando al di là di quelle più spettacolari, per rimemorare il peso di distruzione, dolore e morte.
Potrebbe perfino essere utile, appunto, se le principali reti televisive del mondo cominciassero a trasmettere film sulla stupidità e la disastrosità della guerra. Dai classici come “All’Ovest niente di nuovo a ”Il deserto dei tartari”, da “La Grande Guerra” con Gassman e Sordi a “Le bandiere dei nostri padri” di Clint Eastwood e a “L’ora più buia” con Gary Oldman. Aiutare a non dimenticare.
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