I limiti di Milano, città di single e di folla solitaria

“La folla solitaria”, aveva scritto nel 1950 David Riesman, uno dei maggiori sociologi americani. E il libro nell’arco di pochissimi anni era entrato nell’elenco dei testi obbligatori per cercare di capire come si stessero muovendo, dal punto di vista sociale, le grandi città americane. Pubblicato nel ‘56 in Italia da Einaudi, aveva smosso un certo dibattito, come spesso succedeva con la pubblicazione delle opere di sociologia, per l’Italia, quasi una novità. Il cinema di Hollywood ci aveva a poco a poco fatto conoscere le strade affollate di persone frettolose, ognuna occupata per i fatti suoi, le villette unifamiliari di periferia, gli appartamenti minuscoli a Manhattan, i vagoni della metropolitana pieni di sconosciuti uno all’altro indifferente. Ma per noi era ancora cinema, racconto di un altro mondo. Vivevamo in paesi affollati e densi di legami familiari, di piazze piene dove tutti si conoscevano, di parentele complesse.

Il contesto cambia anche da noi quando, appunto dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine degli anni Sessanta, le grandi ondate migratorie svuotano i paesi del Sud e affollano le città industriali. Tutto un altro mondo. 

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