La vita razionata in Sri Lanka, quasi a secco per la guerra di Hormuz |
“Le tocca”, mi dice Shani, un ex insegnante srilankese originaria di Ella. Sua figlia, nove anni, mi porta una tazza di tè e del mango. È mercoledì e non è andata a scuola.
In Sri Lanka, il mercoledì scuole e attività restano chiuse per fronteggiare la crisi del carburante legata alle tensioni nello stretto di Hormuz. Il governo ha anche introdotto razionamenti: fino a 15 litri a settimana per i privati e circa 200 per i servizi essenziali, come i trasporti pubblici.
Non è una notizia, qui. È una routine.
Le crisi globali non arrivano sempre con un annuncio. A volte entrano nella vita quotidiana in modo silenzioso, quasi impercettibile.
A Sigiriya, in una struttura immersa nella campagna, ero l’unica ospite. Il proprietario mi racconta delle cancellazioni: in un mese normale ospita una trentina di persone, a marzo ne sono arrivate cinque. “Ho perso il business”, mi dice. Una sera salta la corrente per più di un’ora. “Succede da quando è iniziata la crisi”, aggiunge. Sigiriya è una zona rurale, ma il silenzio non è quello della natura. È quello lasciato dall’assenza.
A Kandy, il mio host mi parla di una trentina di prenotazioni cancellate. A Nuwara Eliya, la proprietaria della casa mi chiede più volte se riuscirò a tornare. Poco dopo avermi accolta, mi guarda e dice: “Un uomo solo sta distruggendo il pianeta”.
A Mirissa, nel sud dell’isola, mi accoglie Ishan, un ragazzo dal sorriso contagioso. Lavora con la sua famiglia e ci tiene a farmi assaggiare i piatti preparati da sua madre, a base di pesce. “Mio padre pesca il pesce”, mi dice. Aggiunge che sono l’ultima cliente del mese di marzo. Aprile era pieno, ma ha ricevuto un mare di cancellazioni. “Per via della guerra”, mi dice, “la gente ha paura. E anche noi di andare in rosso”.
Le grandi crisi si raccontano spesso attraverso numeri, decisioni politiche, equilibri internazionali. Ma è nei dettagli che diventano reali: una scuola chiusa, una stanza vuota, una prenotazione cancellata, una luce che si spegne all’improvviso. In luoghi come questo, le conseguenze arrivano prima delle spiegazioni. E mentre i potenti della terra si confrontano su rotte energetiche e strategie globali, altrove qualcuno conta le stanze rimaste vuote, o chiede a una figlia di portare del tè perché, quel giorno, non c’è scuola. E alla fine, non è la crisi che vedi. È quello che manca.
Le guerre svuotano anche i luoghi lontani
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