Seguirà disimpegno di Trump nel Pacifico

L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, giustificato dall’amministrazione Trump attraverso il cosiddetto Trump Corollary alla Dottrina Monroe inserito nella National Security Strategy di dicembre, ha riaperto un interrogativo che va ben oltre Caracas: siamo davvero davanti al ritorno dell’interventismo americano oppure a qualcosa di più selettivo, quasi geografico, che riguarda solo l’emisfero occidentale? Alcuni elementi lasciano sospettare che Trump seguirà la seconda opzione, senza abbracciare completamente il verbo neoconservatore di Marco Rubio e abbandonare l’isolazionismo della sua base MAGA, e questo spostamento di priorità potrebbe avere conseguenze profonde sugli altri scacchieri globali, a cominciare da quello più delicato di tutti, Taiwan.

Il disinteresse mostrato da Trump verso l’Ucraina è stato letto come un primo segnale di una strategia che punta a ridurre l’impegno americano nei conflitti lontani dal proprio immediato interesse nazionale. L’azione in Venezuela, al contrario, rientra perfettamente nella logica di una Dottrina Monroe aggiornata: gli Stati Uniti come garanti dell’ordine nel proprio emisfero, non più nel mondo. In questo quadro, l’ambiguità dell’amministrazione sulla difesa di Taiwan non appare un’anomalia, ma un tassello coerente. L’amministrazione americana ha infatti incarnato la “strategic ambiguity”. Trump non ha mai chiarito se l’isola rappresenti un interesse vitale per Washington e diversi segnali vanno nella direzione opposta: a settembre ha rifiutato di approvare oltre 400 milioni di dollari di aiuti militari a Taipei, mentre il suo entourage insiste perché Taiwan si riarmi autonomamente. Alcune figure vicine all’amministrazione hanno persino lasciato intendere che difendere l’isola potrebbe non valere il rischio di un conflitto diretto con la Cina.

A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la cosiddetta Pax Silica, un’intesa tra Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Paesi Bassi per coordinare la produzione e la sicurezza delle catene del valore dei semiconduttori, siglata a dicembre. Un accordo strategico, che punta a ridurre le vulnerabilità globali e a rafforzare la capacità produttiva interna ai Paesi firmatari. Ma Taiwan non c’è. Un’assenza che molti analisti hanno interpretato come un segnale politico: gli Stati Uniti stanno costruendo un ecosistema dei semiconduttori che non dipenda più da Tsmc. Le politiche protezionistiche dell’amministrazione hanno infatti spinto le aziende taiwanesi e americane a rilocalizzare negli Stati........

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