Cosa stiamo già pagando per la guerra di Trump |
Il conflitto in Iran sta presentando all’Italia un conto salatissimo, e non solo sul piano geopolitico. L’impatto più immediato e doloroso corre sulle bollette: un Paese che produce quasi il 44% della propria elettricità bruciando gas naturale – tre volte la media europea – è inevitabilmente più vulnerabile di fronte a ogni scossa internazionale. La chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transita un terzo del petrolio mondiale e un quarto del GNL globale, ha già spinto il gas europeo a +39% e il Brent oltre il +13%, con carburanti che tornano stabilmente sopra 1,7 euro al litro. Per famiglie e imprese significa un aumento medio fino a 166 euro l’anno, ma per il sistema produttivo il danno è molto più profondo: secondo le stime, il nuovo shock energetico potrebbe costare alle imprese italiane quasi 10 miliardi di euro solo nel 2026, con un aggravio di 7,2 miliardi per l’elettricità e 2,6 per il gas. È un colpo durissimo per distretti energivori come ceramica, metallurgia, chimica e logistica, che già prima della crisi pagavano l’energia più cara dei loro competitor europei. L’Italia, insomma, rischia di diventare la grande economia occidentale più esposta a questa tempesta perfetta, mentre l’inflazione – alimentata dai rincari energetici – minaccia di riaccendersi, erodendo salari, margini e risparmi.
Di fronte a questo scenario, la risposta non può limitarsi a misure tampone. Serve una strategia che punti alla sovranità energetica, non come slogan ma come architettura industriale. Le rinnovabili sono fondamentali, ma da sole non bastano: occorrono fonti programmabili, stabili e a basse emissioni. Il ritorno al nucleare, oggi riaperto anche dal dibattito europeo, non è più un tabù ma una necessità strategica per ridurre la dipendenza dal gas e stabilizzare i prezzi. Allo stesso tempo, è indispensabile intervenire sull’ETS, il meccanismo di tassazione delle emissioni implementato dalla Commissione Europea: il sistema europeo di scambio delle emissioni è stato la prima causa dell’aumento dei costi energetici ben prima della guerra in Ucraina, e oggi rischia di amplificare ulteriormente gli effetti della crisi. Sospenderlo o riformarlo profondamente è un atto di realismo, non di negazionismo ambientale.
Un altro nodo cruciale è il meccanismo marginalista che lega il prezzo dell’elettricità a quello del gas: un’anomalia che mantiene alti i prezzi anche quando le rinnovabili producono molto. Sganciare i due mercati, come già sperimentato da altri Paesi, potrebbe essere un passo decisivo per ridurre la volatilità e restituire competitività alle imprese. Sul fronte fiscale, il governo Meloni sta valutando il ritorno alle accise mobili sui carburanti, una misura utile per attenuare i picchi di prezzo ma che ha un costo significativo per i conti pubblici. Per questo, in una fase di emergenza energetica, potrebbe essere necessario ricorrere anche a strumenti straordinari come le clausole di salvaguardia previste dal Patto di Stabilità o a nuovi prestiti europei sul modello di quelli attivati durante il Covid, perché ogni intervento fiscale, prima o poi, presenta il conto, ed è meglio negoziare le soluzioni con la UE ora piuttosto che trovarsi procedure di infrazione dopo.
In conclusione, il conflitto in Iran è l’ennesimo shock che colpisce un sistema energetico fragile e dipendente. L’Italia non può più permettersi di navigare a vista: serve un cambio di paradigma che combini nucleare, rinnovabili, riforma dell’ETS e un mercato elettrico finalmente equo. Solo così famiglie, imprese e competitività nazionale potranno resistere a un mondo sempre più instabile.
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