Trump & Netanyahu in azione. Il Golfo in fiamme è certo, un nuovo Iran meno

Usa e Israele, o meglio Donald Trump & Benjamin Netanyahu, hanno aperto le danze delle armi. Lanciando un attacco all'Iran, sia via mare che cielo.

I media iraniani riportano la notizia di forti esplosioni in varie città del paese: Teheran, Qom, Isfahan, Kermanshah e Karaj. Colpito pare il quartier generale dei pasdaran, la guardia rivoluzionaria khomeinista. Quello che poteva essere un tranquillo weekend si è trasformato nell'ennesimo episodio di guerra. Cosa che accade spesso in Medio Oriente, vai a dormire nella calma e ti svegli con il rumore delle sirene d'allarme. Triste storia di una regione senza pace.

Che fossimo alla vigilia di una azione militare su larga scala c'erano stati più avvisi, ma non venivano da Israele. L'attracco venerdì della USS Gerald R. Ford nel nord di Israele, la potentissima portaerei di nuova classe navale, lasciava pochi dubbi in merito. L'occhiello della marina statunitense soprannominata “la fortezza” ha un doppio scopo, offensivo e difensivo, in questo caso dello spazio aereo israeliano. Qualche settimana fa quando aveva salpato per il Mediterraneo avevamo commentato che il segnale presagiva una futura escalation, non siamo stati smentiti, purtroppo. L'altro indizio che tutto stava precipitando ci veniva invece “dall'indice della pizza”, ovvero gli ordini di cibo a tarda notte fatti dal personale del Pentagono, acquisti che collegano le consegne di cibo da asporto a imminenti operazioni belliche. Nell'ultima settimana sembrerebbe essere stato un via vai di fattorini, corse di rider che si sono intensificate notevolmente sopra la media, per rifocillare gli strateghi delle forze armate chiamati agli straordinari. Infine, il messaggio del Dipartimento di Stato americano che venerdì mattina autorizzava la partenza da Israele del personale governativo “non di emergenza” e delle loro famiglie, citando quale ragione il rischio di massima sicurezza.

Eppure, nemmeno 24 ore prima la diplomazia internazionale si era lasciata andare a commenti positivi sulla trattativa di Ginevra tra Washington e Teheran. Almeno è quanto trapelava dalle parole del capo negoziatore, il ministro degli Esteri dell'Oman Badr Albusaidi: “Attendo ulteriori e decisivi sviluppi nei prossimi giorni” diceva, sottolineando che i colloqui avevano ottenuto progressi “senza precedenti”. Sentenziando con troppo ottimismo che “la pace è alla nostra portata”.

Sbagliava. La pace è deragliata. Adesso la diplomazia dovrà cambiare argomento. Fortemente improbabile che a breve termine ci sia lo stop delle ostilità. L'elevata proporzione di forze a stelle e strisce dislocate nell'area consente una ampia gamma di scenari bellici, dal semplice attacco mirato (quadri dei vertici di potere, caserme della milizia, arsenali militari e siti nucleari) a una massiccia campagna di invasione, con il fine di deporre definitivamente la tirannide politico-religiosa degli ayatollah. Tuttavia, non sussiste, per ora, la certezza di un effettivo crollo repentino del regime. La fragilità politica è evidente, ma non sufficiente al cambiamento. Come dimostra la lunga rivolta della piazza pro democrazia.

L'attuale scenario è il Golfo in fiamme, Bahrein, Qatar, Emirati e Kuwait stanno subendo la risposta iraniana. In aggiunta ovviamente a Israele. Dove già dalla mattina l'Idf aveva emesso lo stato d'emergenza, “per preparare il pubblico alla possibilità che vengano lanciati missili”. Nessuno si sarebbe aspettato il contrario. L'attacco “preventivo” lanciato da Israele era stato preparato nei minimi particolari da tempo, nulla al caso: la scelta di agire durante lo Shabbat manifesta il timore per la rappresaglia iraniana e l'intento di minimizzare che si scatenassero paura e panico tra la gente. Il sabato è giorno festivo e le famiglie lo trascorrono insieme. Scuole chiuse. Poco traffico in strada. Saracinesche dei negozi abbassate.

Nel comunicato stampa il premier Netanyahu si è affrettato a ringraziare l'amico Trump. Appellandosi affinché tutti i segmenti o etnie del popolo iraniano si liberino dal giogo della tirannia. Ricevendo l'approvazione per l'operazione in atto persino tra i suoi oppositori. Yair Lapid è stato tra i primi a congratularsi pubblicamente. Per il falco della destra e leader del Likud è la condizione perfetta per distorcere lo sguardo dalla questione palestinese, e incasellare un ritorno d'immagine in vista delle prossime elezioni politiche. Cosa che vale anche per il midterm di Trump.

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