Board of Peace: marketing accattivante per un prodotto scaduto
L'insediamento del comitato per la pace ideato da Trump è sembrato un programma televisivo mal concepito, soporifero e nemmeno adatto alla seconda serata. Con il presidente a fare da unica star dello show, vista la presenza quasi irrisoria di ospiti “illustri”, metà degli invitati ha declinato la partecipazione all'evento. Oltre alla immancabile retorica del conduttore, minacce agli assenti e a chi boicotta la sua iniziativa, le immagini hanno mostrato quello che poteva benissimo essere una riunione ristretta di gabinetto e veloci comparsate, tra questi gli immancabili presenzialisti Jared Kushner e Steve Witkoff.
Il Board of Peace nasce con poca sostanza. Compreso il budget, irrisorio a coprire l'intervento a Gaza, per ora quasi interamente a carico statunitense. E il dilemma Netanyahu, che non era presente al summit, e ha chiosato: “Non ci sarà ricostruzione nella Striscia finché non verrà completamente demilitarizzata”.
Sulla bilancia dell'utilità o meno di questo organismo transnazionale prevalgono sia aspetti volutamente ambigui, tipici dell'estro di Trump, che una strategia di manovra politica a tenaglia, con l'obiettivo di spaccare l'ONU ed impartire l'assetto di un nuovo ordine mondiale, in un quadro tinteggiato di neo imperialismo. La proposta della Casa Bianca dimostra anche mancanza di stile, i festeggiamenti nel mondo arabo solitamente sono alla fine del Ramadan. Comunque, il giudizio tout court è che l'iniziativa è sbagliata. A partire dalle fondamenta ovvero l'approvazione, anch'essa criticabile per le profonde contraddizioni in termini di validità e legittimità, della Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza del 17 novembre 2025. D'altronde il Board non è un'entità democratica, il veto spetta solo al presidente a stelle e strisce, e la logica di esclusione della componente palestinese dal tavolo direttivo è un chiaro controsenso. A rendere nebuloso il piano è anche la poca chiarezza del fine ultimo, operare in aiuto della popolazione di Gaza o fare affari? Tutto lascia credere che a spingere l'interesse sia la seconda motivazione.
Quando il Board of Peace si propone come amministrazione di transizione ci sono limiti stringenti da affrontare. Monito sono i precedenti storici, le similitudini con i casi del passato. Per esempio la missione delle Nazioni Unite in Kosovo, istituita nel 1999 con la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza per governare il territorio, fu catapultata dall'alto e finì per generare caos, che intensificò di fatto le divisioni etniche. Nello specifico della realtà della Striscia il rischio è quello che lo scontro politico possa esplodere in guerra civile, tra le fazioni palestinesi.
Altro fattore da non sottovalutare è la percezione che avranno i gazawi, perché se al momento è sentita diffusamente la speranza per il ritorno alla “normalità”, non è detto che in seguito con il persistere dell'emergenza umanitaria questa attesa si tramuti in un senso di generale sfiducia. Lezione degli effetti della pace “punitiva” ci viene dai territori della regione della Saar, che al termine del primo conflitto mondiale, in base al Trattato di Versailles, passarono sotto il controllo di una commissione istituita dalla Società delle Nazioni. Status di neutralità che durò fino al 1935, anno in cui il land occidentale con un plebiscito tornò a riunificarsi con la Germania, allora nazista. La vittoria di Hamas nelle elezioni democratiche del 2006 non è stato un incidente di percorso, è concreto il pericolo della deriva dell'opinione pubblica palestinese in favore dei movimenti fondamentalisti islamici.
Quesito irrisolto dal Board of Peace resta la possibilità, non remota, che Gaza si trasformi in una trappola mortale per i contingenti militari che si sono resi disponibili a disarmare Hamas. Archetipo di disfatta plateale è stata l'Autorità Provvisoria della Coalizione, che in Iraq nel 2003 smantellò l'esercito iracheno e l'apparato del partito Baath, impose al paese una struttura tecnocratica e riforme a vantaggio delle aziende petrolifere americane. Scelte frettolose che innescarono la rapida ascesa di dinamiche violente e provocarono l'instabilità.
Errori internazionali ripetuti con insensata sciatteria nel corso del tempo. Risposte inadatte e deleterie. Basta voltarsi indietro e guardare all'esperienza assai recente della Road Map for Peace del 2003, proposta dal Quartetto (Stati Uniti, Unione Europea, Nazioni Unite e Russia), che avrebbe dovuto risolvere il conflitto israelo-palestinese. Ebbene, per quanti vogliono ricordare quella triste pagina diplomatica c'è solo da dire che si è macchiata di manifesta incapacità. Indecente come l'apporto dato da Tony Blair, che di quel meccanismo perverso fu a lungo inviato speciale. Il dubbio è che dietro al marketing accattivante dell'illusionista Trump nel Board of Peace, purtroppo, si nasconde la verità di un prodotto commerciale scaduto.
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