menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Il limite del calcio italiano è che non allena il pensiero

8 0
13.04.2026

Nel dibattito sulla crisi del calcio italiano si continua a parlare di talento, infrastrutture, risorse economiche. Temi reali, certo, ma che rischiano di nascondere un problema più profondo e sistemico: la scarsa qualità del pensiero in campo dei calciatori e, di conseguenza, una formazione degli allenatori ancora troppo limitata.

L’episodio recente che ha visto protagonista Alessandro Bastoni è emblematico, ma non isolato. Non si tratta di un errore tecnico, bensì di un errore decisionale: un intervento impulsivo, evitabile, che nasce dall’incapacità di leggere la situazione in modo lucido e rapido. È un tipo di errore che vediamo ogni settimana nei nostri campionati e che raramente viene interpretato per ciò che è davvero: un deficit cognitivo, non tecnico.

Il calcio moderno richiede ai giocatori di prendere decisioni in frazioni di secondo, sotto pressione, in contesti altamente dinamici. Per farlo servono competenze precise: percezione, anticipazione, autocontrollo, capacità di scegliere tra alternative in condizioni di incertezza. Queste abilità non sono innate, né emergono automaticamente dal talento: si allenano.

Ed è qui che emerge il limite del sistema italiano.

Per tradizione, il nostro calcio ha privilegiato l’organizzazione tattica e l’esecuzione. Il giocatore viene istruito su cosa fare, ma molto meno su come pensare. Gli allenamenti, soprattutto nei settori giovanili, sono spesso analitici, poco complessi dal punto di vista decisionale, e raramente espongono l’atleta a situazioni di reale incertezza. Il risultato è un calciatore disciplinato, ma poco autonomo cognitivamente.

In questo contesto, il mito del talento diventa un alibi perfetto. Si continua a sostenere che, con più qualità individuale, i problemi si risolverebbero. Ma la realtà è diversa: senza capacità di pensiero, anche il talento commette errori gravi; al contrario, un giocatore con buone competenze decisionali può elevare significativamente il proprio rendimento, anche senza doti tecniche straordinarie.

Il discorso si estende inevitabilmente alla formazione degli allenatori. Come ha più volte sottolineato José Mourinho, molti tecnici “sanno di calcio”, ma questo non significa che sappiano allenare le persone. Nella preparazione degli allenatori italiani, gli aspetti legati alla psicologia, ai processi decisionali, alla gestione dello stress e alla didattica dell’apprendimento occupano ancora uno spazio marginale.

Si insegna molto il “cosa”, troppo poco il “come”.

Un allenatore davvero moderno dovrebbe essere in grado non solo di organizzare una squadra, ma di sviluppare nei giocatori la capacità di leggere il gioco, gestire l’errore, prendere decisioni efficaci sotto pressione. Senza questo passaggio, ogni evoluzione tattica rischia di restare superficiale.

La riforma del calcio italiano, se vuole essere credibile, deve partire da qui.

Nei settori giovanili è necessario introdurre in modo sistematico l’allenamento decisionale: esercitazioni con variabilità, incertezza, vincoli che obblighino il giocatore a scegliere. Nella formazione degli allenatori, psicologia cognitiva e metodologia dell’apprendimento devono diventare strumenti operativi, non semplici nozioni teoriche. Anche nelle prime squadre, il lavoro dovrebbe includere in modo strutturato la gestione delle situazioni di gara, dell’errore e dello stress.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: quanto vale davvero un calciatore che corre, calcia ed è tatticamente disciplinato, ma non sa decidere sotto pressione?

Finché non si risponderà seriamente a questa domanda, il calcio italiano continuerà a inseguire soluzioni apparenti, senza affrontare il suo limite più profondo.

I commenti dei lettori

HuffPost crede nel valore del confronto tra diverse opinioni. Partecipa al dibattito con gli altri membri della community.


© HuffPost