Viaggio sull'Himalaya, un racconto in diretta. Verso il Kailash

Sulla strada che da Kathmandu ti porta al Kailash, capisci subito che non sarà un viaggio qualunque. Non è una meta turistica da spuntare sulla lista “paesi visitati”: ma una conquista, che non puoi dare per scontata. Per arrivare nel cuore remoto del Tibet occidentale, bisogna volerlo davvero, molto più di quanto si immagini seduti sul divano di casa, sfogliando le foto di questa montagna dalla forma iconica, considerata tra le più sacre al mondo, ombelico energetico del pianeta. Al Kailash da secoli le genti accorrono per compiere la kora, il giro rituale che la abbraccia lungo un percorso di 60 chilometri scarsi, per meditare, purificarsi, energizzarsi nella vicinanza con quella che gli induisti considerano la dimora di Shiva, e che per i buddisti è il centro cosmico dell’universo. Vietato invece scalarne i suoi 6.638 metri di altezza: e così, per evitare di compiere un sacrilegio, il Kailash resta in assoluto una delle montagne più misteriose e inesplorate.

La mia avventura verso il Kailash inizia lasciandomi alle spalle l’odore d’incenso di Kathmandu, con i suoi templi induisti e gli stupa buddisti. La jeep si arrampica verso nord, attraversando lo spettacolare parco del Langtang e raggiungendo il confine con la Cina dopo quattro ore di strade dissestate a precipizio sulle valli nepalesi. Lì, a Rasuwagadhi/Kerung, la realtà si fa brutale: cinque ore di controlli alla frontiera - per esaminare me e il piccolo gruppo di viaggiatori con cui dividerò l’esperienza - dicono tanto di quanto questo passaggio sia delicato e sensibile. Passaporti, foto e impronte digitali, bagagli aperti, controllo dei cellulari, domande ripetute più volte, attese infinite apparentemente incomprensibili. I militari controllano ogni documento con scrupolo meticoloso. Poi,........

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