Tiribelli: «Il fegato è il più importante degli organi, 5 vodke di fila e i giovani finiscono in coma» |
Ci vuole fegato, sulla soglia degli 80 anni, a passare ancora, tutti i giorni, 7-8 ore filate in ufficio. Del resto, il professor Claudio Tiribelli, che raggiungerà l’ambito traguardo il 6 ottobre, si è dato come programma di vita il motto coniato da Gabriele D’Annunzio per l’impresa di Fiume: «Non ducor, duco», non sono condotto, conduco.
Nel suo caso, la prerogativa è da ritenersi pressoché normale, visto che fu proprio lui, il 21 luglio 2008, a far nascere a Trieste la Fif (Fondazione italiana fegato), la Onlus più accreditata nello studio delle malattie che colpiscono l’organo considerato, fin dalla notte dei tempi, sede del coraggio. È una delle realtà medico-scientifiche più prestigiose a livello internazionale, tant’è che accoglie laureati e ricercatori non solo dalle università d’Italia, in particolare quelle del Friuli-Venezia Giulia e del Veneto, ma anche dagli atenei di molti Paesi, quali Filippine, Indonesia, India, Palestina, Brasile, Argentina, Bolivia, Messico, Stati Uniti, Francia, Spagna, Repubblica Ceca.
Da città d’adozione, Trieste è diventata la casa dell’epatologo, come fu sancito dall’allora sindaco Roberto Dipiazza, che gli conferì il Sigillo trecentesco del capoluogo giuliano. Tiribelli ci arrivò nel 1972. A portarlo qui, affinché si specializzasse in gastroenterologia, fu il professor Giorgio de Sandre, originario di San Martino di Lupari, che lo aveva accolto al Policlinico di Verona e tenuto con sé per due anni prima della laurea, conseguita all’Università di Padova nel 1971.
Tiribelli è stato visiting professor all’Università di Toronto in Canada e alla Polytechnic University di New York e ricercatore scientifico all’Università di Groningen, nei Paesi Bassi. È stato anche il primo a ricoprire la carica di segretario dell’Easl, l’associazione europea per lo studio del fegato, che non a caso ha celebrato a Barcellona, a fine maggio, la propria sessione generale nella Sala Tiribelli. Raramente indossa il camice bianco e quasi mai la giacca: «La mia divisa d’ordinanza è il maglione blu».
Originario di Venezia, è sposato con Rita Russo, che per anni si è occupata di viaggi turistici in Egitto. «Nel Paese africano erano approdati nel 1869 i bisnonni di mia moglie, lui originario di Sorrento, lei di Camogli, al seguito di Ferdinand de Lesseps, l’imprenditore francese che stava ultimando la realizzazione del Canale di Suez progettato da Luigi Negrelli. Io invece ero predestinato a fare l’ingegnere», dice il professore.
«Era la professione di mio padre Mario e di mio fratello Paolo. Per non diventare come loro, appena uscito dal liceo scientifico Benedetti di Venezia pensai: m’iscrivo a Medicina, 6 anni; se mi va male, passo a Chimica, solo 4».
Rifarebbe quella scelta?
«Certo! Aiutare le persone è la cosa più bella che possa capitarti nella vita».
«Da un fondo per le malattie del fegato, nato dal 1976. Non volevo che quanto avevo costruito in tanti anni andasse perduto. L’aiuto decisivo della Regione Friuli-Venezia fece sì che potessi proseguire il cammino con la Fondazione italiana fegato nel campus Science park di Basovizza, grazie anche a un contributo della Fondazione Cassa di risparmio di Trieste».
«Tre cose. La prima: ricerca traslazionale; significa che un problema clinico viene portato in laboratorio, risolto e la soluzione applicata in ospedale. La seconda: forma epatologi di varie nazioni, i quali arrivano qui per specializzarsi. La terza: consulenza clinica in Italia e all’estero. La valenza internazionale della fondazione è elevata. Non è facile esservi ammessi. I posti sono pochi».
«In questo momento abbiamo sei dottorandi inviati dal ministero della Ricerca delle Filippine, che ce ne manda due ogni anno. Restano qui per un triennio. Aggiunga........