Fili sottili, perle e mani forti: le impiraresse e la rivoluzione silenziosa delle donne veneziane

Le foto d’epoca le ritraggono chine sulle tavole di legno, piene di perline da infilare in fili sottilissimi. Le gonne lunghe, i grembiuli annodati in vita così come i capelli, stretti in crocchie in cima alla testa. Sono le impiraresse di Venezia che, a fine Ottocento, sedevano a gruppi di tre o quattro davanti all’uscio di casa, davanti a un rio o a un campiello, chiacchierando mentre creavano piccoli capolavori infilando perline di vetro, per guadagnare qualche soldo e uscire dalla povertà.

 

Oggetti che diventavano, così, dei mezzi per inseguire, instancabilmente, la loro emancipazione. Si trattava, infatti, di uno dei pochi lavori retribuiti a cui poteva accedere una donna.

Non c'erano orari, le impiraresse erano in competizione per accaparrarsi le perle da infilzare. Sopra di loro c'era la mistra, una sorta di intermediaria che riceveva le casse di perle dalle fabbriche muranesi e doveva farle infilare. Era lei che sceglieva a chi darle, dando così origine a una sorta di caporalato delle perle.

Anche se povere, analfabete, spesso con troppe bocche da sfamare e quindi un bisogno estremo di lavorare, le donne hanno messo davanti a tutto la loro dignità e i loro diritti e, pur non essendo contrattualizzate, nel 1904 deciso di incrociare le braccia, guidate da Angela Ciribiri.

Per tre settimane oltre duemila donne tennero testa alle pressioni dei padroni. E, alla fine, ottennero l’aumento del compenso tanto agognato. Non solo, portarono alla luce il fenomeno dello sfruttamento, spesso anche minorile visto che tra le impiraresse c’erano molte bambine.

I loro mazzi di perle, con il tempo, sono diventati uno dei fiori all’occhiello dell’artigianato veneziano, riconosciuto dall’Unesco nel 2020, quando........

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