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Coronavirus, rileggiamo Manzoni Quella peste a Milano parla di noi

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12.03.2020
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12 marzo 2020 (modifica il 12 marzo 2020 | 16:57)

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«La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia». Incipit del capitolo XXXI dei Promessi sposi. Così Manzoni si avvia a raccontare «quella calamità», che occupa questo e il capitolo seguente, senza coinvolgere personaggi immaginari e sostenendosi su documenti storici. Non solo Manzoni — molto prima di lui Tucidide e Boccaccio e dopo di lui Camus ne La peste e Saramago in Cecità — lega l’epidemia a riflessioni di tipo morale: la peste è uno stato d’eccezione che porta a galla vizi e virtù di una comunità, eroismi e viltà dei singoli individui, tutti quei tratti che altrimenti si nascondono nelle pieghe della quotidianità.

Inoltre, se il flagello minaccia la tenuta fisica della popolazione rivelando la fragilità dell’essere umano, mette anche in discussione i suoi stessi valori e le norme di comportamento. E investe il rapporto tra verità e menzogna, tra vero e falso storico da una parte, nonché tra il vero e il falso delle notizie che si diffondono sul territorio: sono le false opinioni e credenze che riguardano tutti i gruppi sociali il vero obiettivo polemico di Manzoni. Il quale ironizza da par suo alludendo a quella «voce del popolo» che, assecondata dalla dabbenaggine dei governanti, restii ad ammettere i fatti per ragioni politiche ed economiche, sulle prime non vuol credere alla peste.

Il suo racconto è un crescendo impressionante con passaggi da thriller, giocato com’è sul mistero e sulla stranezza perturbante di certe apparizioni: «Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi».

E così quando i delegati arrivano «a provvedere» nei territori di Lecco, in Valsassina, sul Lago di Como, in Brianza, «il male s’era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca». Il romanzo di Renzo e Lucia è anche un intreccio di informazioni mancate e cercate a fatica, di annunci mai giunti a buon fine, di voci che si rincorrono senza........

© Corriere della Sera