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Coronavirus, Boccaccio preannuncia nel Decameron il nostro presente

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15.03.2020

Franz Xaver Winterhalter, «ll Decameron» (1837)

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15 marzo 2020 (modifica il 15 marzo 2020 | 13:19)

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Con la peste nera del 1348, Giovanni Boccaccio vede morire a Firenze la matrigna Bice, lo zio Vanni e suo padre Boccaccino, restando solo con Iacopo, il fratello minore, di otto o nove anni. Se ne vanno anche alcuni suoi cari amici: i poeti Matteo Frescobaldi e Franceschino degli Albizzi e lo storico Giovanni Villani.

La «mortifera pestilenza» (che Boccaccio non chiama mai «peste» ma solo con delle perifrasi) diventa la cornice del Decameron, il suo capolavoro, la cui stesura sarebbe cominciata in quello stesso anno per concludersi nel 1350. Secondo quanto si legge nella cornice del libro, Boccaccio ha assistito allo spettacolo della peste: «Il che, se dagli occhi di molti e da’ miei non fosse stato veduto…». I cronisti raccontano che l’epidemia, scatenata da un focolaio orientale e dilagata nelle città portuali europee, sarebbe approdata a Firenze, già afflitta da una profonda crisi economica e politica, in primavera per dileguarsi in ottobre-novembre. Nell’arco di cinque anni, dal 1347 al 1352, la pandemia si estese dal Mediterraneo alla Scandinavia e ai Balcani, uccidendo almeno un terzo della popolazione europea.

Come tutti sappiamo, nell’Introduzione alla prima giornata, Boccaccio dà conto dell’«orrido cominciamento» su cui si fonda il libro e che funge da pretesto per giungere al «bellissimo piano e dilettevole» delle novelle: un’«onesta brigata» di dieci giovani (sette........

© Corriere della Sera