Quando si perde tutti

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La storia del bimbo a cui viene trapiantato un cuore difettoso è già partita con un carico di rabbia, come ogni ingiustizia non provocata dal destino ma dalla sciatteria. Così, appena è apparsa l’opportunità di un nuovo cuore, si è sperato nel lieto fine che riequilibrasse il malfatto. Ma, dopo che una commissione di esperti ha spiegato che il trapianto non era possibile, alla rabbia si è sostituito un disagio a cui si può tentare al massimo di dare un nome, purtroppo non un senso. 

Il disagio deriva dal fatto che l’ultimo atto di questa storia si sottrae al classico schema binario con cui ormai si giudica ogni cosa della vita: bene-male, giusto-sbagliato. Tutti speravamo che Domenico ricevesse quel cuore per risarcirlo di quanto aveva patito, ma c’erano altri due bambini in lista d’attesa urgente e che, secondo i medici, avevano molte più probabilità di accogliere il dono senza rigettarlo. Darlo egualmente a lui, confidando in un miracolo solo per sanare un’ingiustizia, non avrebbe creato, a sua volta, un’altra ingiustizia? Eppure, anche la decisione, scientificamente inoppugnabile, di assegnarlo a uno degli altri due anziché a Domenico finisce per sembrare ingiusta. E due ingiustizie non si bilanciano, si sommano, lasciandoci addosso questa sensazione di impotenza confusa.

Ci piace raccontarci la vita come una commedia, dove i torti e le ragioni alla fine si stagliano sempre con chiarezza. Invece la vita assomiglia più spesso a una tragedia, in cui l’unica cosa chiara è che si perde tutti.

19 febbraio 2026, 06:50 - modifica il 19 febbraio 2026 | 07:10

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