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La svolta dei Cinque Stelle e il metodo del litigio

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17.05.2019

Alla ricerca della purezza perduta, nel nome di Matteo Salvini. Dopo il voto che ha salvato il ministro dell’Interno dal processo per sequestro di persona nei confronti dei migranti rimasti per giorni a bordo della nave militare Diciotti, il movimento Cinque Stelle ha innestato una brusca retromarcia, senza mai dichiararla, praticando una sorta di ritorno alle origini. La lotta alla corruzione ricomincia a essere sventolata come una bandiera, e il ricorso al giustizialismo spinto può compattare nuovamente una base in crisi di identità. Qualcosa sta cambiando, almeno in apparenza. Ormai le parole di Beppe Grillo, il fondatore che agli occhi dei militanti ancora incarna la purezza primigenia di M5S, si sovrappongono a quelle di Luigi Di Maio, il leader che molto di quella ortodossia ha sacrificato alle ragioni della sopravvivenza di governo.

La grande difficoltà con le svolte improvvise è sempre quella di crederci davvero. L’attuale vicepremier e capo politico del M5S insiste anche nel definire «moderato» se stesso e il movimento che rappresenta, con l’evidente intenzione di lasciare all’alleato la patente dell’estremista. Ci vuole un atto di fede a prendere seriamente un cambio di rotta così netto, soprattutto se coniugato con la volontà di presentarsi come una forza tranquilla e con la testa sulle spalle. Per tacere del passato meno recente, appena tre mesi fa, Luigi Di Maio si schierava a fianco dei gilet gialli che con cadenza settimanale mettevano a fuoco Parigi. Era una mossa confusa, infatti subito rinnegata, spiegabile solo con l’urgenza di una ribalta di qualunque genere, nei giorni in cui la subalternità a Salvini appariva più marcata. Adesso invece, per quanto si tratti pur sempre di una reazione, si intravede un metodo, che ha come obiettivo immediato la riscrittura di un’agenda mediatica ancora saldamente in mano al ministro dell’Interno.

All’inizio Di Maio ha assorbito il metodo comunicativo dell’avversario-alleato, così come fece a suo tempo con Matteo Renzi. A ogni sua rivendicazione ha opposto un «ma», un eccepire continuo. La flat tax va bene, ma i ceti medi? Il........

© Corriere della Sera