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«Noi non siamo estremisti». Salvini il moderato che sfida l’Europa

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19.05.2019

«E dai, che siamo tantissimi». Anno 2019. Se un pomeriggio di finta primavera un viaggiatore a digiuno di Terza Repubblica e governi del cambiamento fosse arrivato sui lastroni di piazza del Duomo bagnati dalla pioggia, avrebbe pensato senz’altro un «ancora lui» contemplando questa distesa di azzurro e di tricolori e di striscioni che inneggiano all’Italia e agli italiani. Avrebbe poi avuto conferma della sua intuizione guardando l’entusiasmo incontenibile di Vito, meccanico siciliano di 38 anni che ha risalito il Paese in treno per litigare con l’arcigno servizio d’ordine, scavalcare anche le transenne del palco e piazzarsi il più vicino possibile all’oggetto del suo desiderio reggendo con le braccia tese lo striscione «Acireale ti ama». Il dubbio di vivere in un eterno 1994 gli sarebbe passato ascoltando i cori inneggianti a Matteo e non a Silvio che ogni tanto salivano dalla folla infreddolita, ma in apparenza il culto della personalità e lo spirito da noi contro tutti è lo stesso di allora. Anche i nemici, a ben vedere, perché alla fine tutto si riduce ai «comunisti che fanno piovere», a un indistinto pericolo rosso che si annida ovunque, nell’Europa matrigna, nelle banche, nella finanza e persino nella meteorologia.

L’unico puntino colorato di verde Pontida dalla testa ai piedi è Mario Tovaglieri da Bagnolo Cremasco, che si adegua con l’entusiasmo richiesto dall’evento, ma non capisce fino in fondo. «Perché va bene il sovranismo e cambiare l’Europa e contare di più a Bruxelles, ma poi ci danno l’autonomia a noi lombardi, vero? Altrimenti i conti non tornano». Accanto a lui annuisce il suo quasi compaesano Federico Filipponi, 74 anni e tessera numero 98 della primissima Lega nord firmata nel 1991 nella sede appena inaugurata di Crema, «che è il centro geografico e preciso della pianura padana, lo sapeva?», da Umberto Bossi in persona. «È cambiato tutto ma non bisogna rimpiangere nulla» dice. «Il Capitano ci dà molta visibilità e di questi tempi aiuta. Speriamo che non si scordi chi siamo, da dove veniamo e soprattutto cosa vogliamo. Noi, i veneti, e il Nord, siamo una cosa. Poi, dopo, c’è il resto».

A vederli da vicino, benché stretti uno all’altro per ragioni climatiche, i ventimila di piazza del Duomo sono meno compatti di quanto sembri nelle loro rivendicazioni e speranze, che cambiano molto secondo il luogo di provenienza. Il vero collante è lui, Matteo Salvini, in questa adunata europea di «estremisti del buonsenso», ossimoro di nuovo conio, che in realtà parla molto agli equilibri interni italiani, perché le piazze piene sono sempre una prova di forza. «Qui non ci sono fascisti. Non è vero neppure che io sono di estrema destra. Gli estremisti stanno a Bruxelles e hanno governato vent’anni l’Europa in nome della precarietà e della povertà. Noi vogliamo cambiare tutto e costruire un futuro senza i burocrati che sanno solo guardare al passato». Correvano voci su annunci incendiari ma alla fine non ci saranno grandi novità, neppure nei volantini con la scritta «15%», che sarebbe la percentuale di una flat tax da applicare a tutti, ricchi e poveri, italiani ed europei. «Salve, patrioti d’Italia!» L’esordio tonante del bulgaro Veselin Mareshki, induce la folla a qualche risata di sottecchi. Il capo del partito populista e filorusso Volya, che significa «Volontà», si sforza di parlare in italiano, ma lo fa con un accento alla Ivan Drago, lo sfidante di Sylvester Stallone in Rocky IV. L’unica cosa che desidera spezzare in due è «questa Europa invasa dai........

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