Peter Mandelson, chi è il «Principe delle tenebre» della politica britannica (cacciato ben tre volte): la storia dell'ex ambasciatore arrestato a Londra |
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Peter Mandelson, chi è il «Principe delle tenebre» della politica britannica (cacciato ben tre volte): la storia dell'ex ambasciatore arrestato a Londra
Peter Mandelson ha attraversato come figura chiave, spesso dietro le quinte, la storia britannica degli ultimi tre decenni: dal New Labour di Tony Blair (di cui era consigliere) alla Brexit, fino al ruolo di mediatore tra il Regno Unito e gli Usa di Trump. Già colpito da scandali, i suoi rapporti con Epstein lo hanno portato all'arresto
Dal nostro corrispondenteLONDRA - Personaggio luciferino, versato nelle più oscure arti della manipolazione (da qui il soprannome di «Principe delle Tenebre»), Peter Mandelson ha attraversato come figura chiave, spesso dietro le quinte, la storia britannica degli ultimi tre decenni. Lui è stato al cuore del progetto del New Labour di Tony Blair, di cui era uno dei principali consiglieri, per poi diventare due volte ministro, al Commercio e all’Irlanda del Nord. Ma già due volte era caduto per scandali di varia natura, sempre legati alla sua cupidigia di fondo, forse uno dei tratti trainanti del suo carattere: e così, dopo la defenestrazione a settembre dal ruolo di ambasciatore a Washington, deteneva il record di politico britannico cacciato tre volte, cui adesso si è andata ad aggiungere l’ignominia dell’arresto.
Due cose hanno sempre affascinato Mandelson, il potere e il denaro (meglio se coniugati assieme): e così non si faceva scrupolo di farsi invitare sugli yacht di oligarchi russi (prima che venissero messi al bando), così come è sua la celebre frase che riassumeva l’atteggiamento del New Labour verso il business: «Siamo intensamente rilassati riguardo alla gente che diventa schifosamente ricca». Dopo l’uscita dal governo britannico, era stato addirittura Commissario europeo (al Commercio) per poi essere elevato alla Camera dei Lord come barone di Foy e Hartlepool.
Per Starmer, nominare ambasciatore a Washington un personaggio con un passato così ingombrante era un azzardo: ma per ammansire Trump, occorreva ricorrere a un peso massimo che fosse un maestro di persuasione. E dunque Mandelson era apparso come la scelta obbligata. In men che non si dica, il «Principe delle Tenebre» si era trasformato nell’«uomo che sussurra a Donald»: con risultati brillanti, perché è grazie alle sue arti magiche che Londra aveva ottenuto i dazi minimi dalla Casa Bianca, molto più bassi di quelli imposti all’Unione europea. E Mandelson si è immerso a tal punto nel suo ruolo da diventare un apologeta di Trump e dei vantaggi della Brexit, lui che era stato un alfiere del «Remain», la permanenza nella Ue, oltre che il regista (occulto, come suo costume) della campagna per ribaltare il risultato del referendum del 2016.
Il nome di Mandelson compariva già nell’ormai famigerato libro di auguri per il 50esimo compleanno di Epstein, assieme a Donald Trump, Bill Clinton e una schiera di altri personaggi: e della sua passata amicizia col lurido finanziere si sapeva da tempo. Ma a settembre nelle mani dei media era finita una cascata di email in cui l’ex ambasciatore definiva Epstein il suo «migliore amico» e lo incoraggiava a resistere alle accuse di sfruttamento della prostituzione minorile, offrendosi di aiutarlo.
Un anonimo ministro aveva definito il contenuto di quelle email «vomitevole» e per Starmer, che fino all’ultimo aveva difeso il suo ambasciatore in Parlamento, non c’era stata altra scelta che rimuoverlo su due piedi dal suo incarico. Oltre ai messaggi scambiati fra Mandelson e Epstein, in questi mesi a Londra avevano fatto scalpore anche le foto, come quella in cui si vedeva il politico britannico in accappatoio a colloquio col finanziere.
C’è da dire che a proposito di Mandelson, omosessuale e sposato con un ex modello brasiliano, non si è mai chiacchierato di favori sessuali come quelli procurati al principe Andrea: ad attrarre il ministro laburista era il fascino della vicinanza ai ricchi e potenti, verso i quali era pronto a fornire i suoi servigi.
Non a caso, dopo l’uscita (più o meno) dalla politica attiva, aveva fondato una società di consulenza e lobbying, la Global Counsel, che per la sfortuna di tutti quelli che ci lavoravano, adesso è finita in bancarotta a causa dello scandalo.
Mandelson era però così convinto della propria eccezionalità che anche dopo la cacciata da Washington sembrava sicuro di potersi riabilitare: si era messo a fare il commentatore sulle riviste politiche e si era concesso a una lunga intervista privata col Times. Pareva quasi volesse negare a se stesso l’enormnità del suo passato, che alla fine lo ha riacciuffato con la pubblicazione degli ultimi file, che includevano anche una sua foto in mutande ormai celebre: ed è così che alla fine si è ridotto.
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