Processo Hydra a Milano, cinque secoli di carcere a 62 imputati: «Gli affiliati di tre mafie si sono uniti per fare affari in città. La Lombardia è come la Calabria» |
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I pm: «Non una supermafia né una mafia nuova, ma una mafiosità immanente». Il «giro» dalle estorsioni alle truffe sul superbonus 110%. Altri 9 indagati patteggiano e 45 vanno a giudizio
Scambi, riunioni, traffici di droga: alcuni fotogrammi legati all'inchiesta Hydra
Condanne di 23 imputati per associazione mafiosa a una pena massima di 16 anni, e di altri 39 imputati di altri reati complessivamente a cinque secoli di carcere (con il patteggiamento di altri 9 imputati e il rinvio a giudizio di ulteriori 45 a fronte di 29 prosciolti tra abbreviato e udienza preliminare), piovono nel processo «Hydra» su quella che, «attenzione, non è una super mafia, nessuno l'ha mai sostenuto - avvisa in requisitoria la pm Alessandra Cerreti -, qua siamo lontani anni luce dal parlare di una mafia nuova, quasi che l'associazione mafiosa contestata avesse la pretesa di raggruppare in sé le tre mafie storiche italiane. Nulla di tutto questo, bisogna sgombrare il campo da una serie di equivoci e errori interpretativi, e - ritiene la pm - dal fraintendimento del gip di un capo di imputazione di associazione mafiosa di ben 48 pagine» quando il 24 ottobre 2023 il gip Tommaso Perna accolse solo 11 arresti su 153 misure cautelari chieste dalla Procura il 3 aprile: «Per carità , magari ho dato per scontato dei passaggi che non erano scontati - continua Cerreti -, probabilmente rispetto alla richiesta di misure cautelare sono riuscita ad essere più chiara nell'atto di appello al Tribunale del Riesame» (che poi applicò gli arresti infine confermati dalla Cassazione), «non è mafia nuova né mafia delocalizzata, ma mafiosità immanente: si tratta di un'associazione mafiosa alla quale aderiscono rappresentanti delle tre mafie sul territorio lombardo, e solo sul territorio lombardo, che hanno deciso di mettersi insieme per fare business, semplicemente questo, autorizzate dalle case madri a spendere il brand criminale di Cosa nostra, della Camorra o della 'Ndrangheta. Ognuno poi esplica la sua capacità mafiosa sulla base dell'appartenenza, ma âlâunione fa la pericolosità â, come anni fa mi disse un pentito calabrese».
Una «doppia pericolosità : quella criminale tradizionale, e quella criminale finanziaria dove per fare affari la struttura mafiosa si deve adeguare alla realtà sociale economica di base. So di fare un'affermazione che può dare fastidio a qualcuno - aggiunge Cerreti -, ma Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria. Fin quando non avremo consapevolezza, non faremo passo avanti nell'attività di contrasto». E tuttavia «non cadiamo neanche nell'errore opposto, non è che i mafiosi cambiano faccia e adesso diventano imprenditori: sempre mafiosi sono, solo che fanno l'uno e l'altro, fanno l'uno perché quello sanno fare - droga, estorsioni, recupero crediti -, ma sono anche abili nel calarsi nella realtà milanese spremendo il libero mercato che viene così soffocato», passando dalle fatture false agli indebiti rimborsi fiscali di crediti fittizi, per approdare alle truffe sul superbonus 110%: «Noi in questo processo abbiamo figure di âdelinquenti finanziariâ» (come il poi collaboratore Saverio Pintaudi) «che sono assoldati stabilmente all'organizzazione mafiosa».
Sta di fatto che «lei, giudice, non si deve inventare nulla, questa è un'associazione mafiosa la cui genesi è già testata dalle sentenze definitive dei processi milanesi âWall........