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Vivinetto: «Per me, poetessa trans, l’uso dell’asterisco è violenza»

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23.10.2020
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23 ottobre 2020 (modifica il 23 ottobre 2020 | 00:24)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questa intervista è parte di una serie che declina, nel modo più largo possibile, il tema delle ri- Generazioni come è stato interpretato dalla settima edizione del Tempo delle Donne: storie di chi sperimenta nuovi equilibri. La prima puntata ( che trovate qui ) è stata dedicata allo scrittore anglo-kosovaro Pajtim Statovci. La seconda a Giancarlo Dimaggio (qui il testo). La terza a Stefano Boeri (leggete qui)

Non è facile diventare sé stessi, ciò che sentiamo di essere, e venire accettati, amati, premiati persino. Giovanna Cristina Vivinetto c’è riuscita, benché sia nata Giovanni, in Sicilia, 26 anni fa. Il merito? Della famiglia, che ha saputo capire; della scuola, dove hanno rispettato la transizione da Giovanni a Giovanna; dei medici, arrivati con scrupolo alla diagnosi di «disforia di genere», cioè vivere con disagio la propria identità sessuale di partenza ( disforia è il contrario di euforia ); e della poesia, che da conforto adolescenziale è diventato espressione di una identità che è sbocciata nei versi di Dolore minimo (Interlinea), sorprendente esordio che nel 2018 ha sollevato rigurgiti di reazionari cattolici, plausi della critica, successo di pubblico e premi. Ovviamente il merito principale è suo, di lei, Giovanna Cristina, che protesta se le metti l’asterisco come vorrebbero i fanatici del neutro, Giovann*: «Non mi piace. C’è una sorta di violenza, voler risultare più aperti e liberali degli altri, ma la liberalità non emerge dalle parole, bensì dai fatti, da come ci relazioniamo, dai comportamenti. C’è chi mette la U per non offendere i gender non conformi, “Buongiorno a tuttu”? No!».

In versi i postumi della transizione

Sull’asterisco si è conclusa la conversazione fatta via web con Giovanna Cristina, in collegamento da Roma, dove si è laureata in Lettere e vive. È senza trucco, l’ovale incorniciato da capelli lunghi, gli occhiali smaltati bordeaux, lucidi come certi rossetti. Nel 2019 è uscito Dove non siamo stati (Rizzoli), raccolta di poesie che racconta i postumi della transizione da Giovanni a Giovanna, i ricordi della nonna paterna malata di Alzheimer, e poi si apre alle voci del paese d’infanzia, Floridia; in chiusura, la poesia che dà il titolo alla raccolta, mescolando passato e futuro:

«Abbiamo imparato i nostri nomi / per sentire che suono avessero / quando non li avremmo più riconosciuti. / Per quando i volti di una vita / saranno diventati quelli di un altro / avremo noi i nostri nomi a sottrarci / dalla penombra - per un attimo / sapremo che non ce ne siamo mai andati»

Le altre puntate di Ri-Generazioni

  • Giancarlo Dimaggio: «Il mio attimo prima di cadere e la via per guarire»

  • Pajtim Statovci: «Scrivendo mi sono liberato della vergogna di essere un rifugiato»

  • Stefano Boeri: «Mia madre e la libertà prima di tutto. E poi gli alberi»

Nel passaggio da Giovanni a Giovanna, lei ha inserito Cristina. Da dove viene questo nome?
la copertina dell’esordio di Vivinetto: «Dolore minimo»

«Non l’ho mai raccontato, me ne vergognavo un po’. Il percorso per diventare Giovanna è iniziato a fine liceo, ma già da prima si stava sedimentando la consapevolezza che non mi trovassi bene con i mezzi forniti alla nascita. Sono una persona positiva, ma avevo una angoscia cui volevo sfuggire; così alle medie ho aperto un profilo su una chat in cui apparivo come ragazza. È nato come scherzo, goliardata: vediamo cosa succede se mi fingo femmina! Compresi poi con gli anni che era l’unica realtà in cui mi sentivo a mio agio,........

© Corriere della Sera


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