Non si trattano (così male) i neolaureati
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Che i giovani neolaureati, in un Paese agli ultimi posti in Europa per il livello di educazione terziaria, siano pagati poco al loro primo impiego si sapeva. Ma così male no. La distanza nel trattamento aziendale rispetto ad altri Paesi è persino imbarazzante. Lo svela una ricerca di Mercer Italia, anticipata da Il Sole 24 Ore in un articolo di Cristina Casadei. La busta paga d’ingresso italiana è di 32mila euro lordi annui. Ed è la media. Il livello di retribuzione iniziale del settore meno competitivo, i servizi non finanziari, è appena di 24mila euro. La media italiana è poco più della metà di quella tedesca (57mila e 500). Circa un terzo di quella svizzera (90mila).
Non solo, anche la velocità con la quale gli stipendi crescono, nella progressione di carriera, è mediamente più bassa. Dal 2022 al 2025 l’aumento è stato di appena il 7 per cento. Non ha coperto nemmeno l’inflazione. Simili livelli sarebbero giustificati se vi fosse una dinamica aziendale più vivace. Una prospettiva di nuove opportunità seria e consolidata. Ma dalla ricerca della controllata italiana del gruppo Marsh, guidata da Marco Morelli, si evince che tra le 732 aziende interpellate solo il 16 per cento ha una politica specifica per i giovani neolaureati e appena il 36 per cento offre percorsi strutturati di carriera. Non stupiamoci dunque che i giovani laureati decidano di andarsene all’estero ed è inutile chiedere solo incentivi fiscali. Sono le aziende che devono dare una risposta più credibile. Ad attrarli anche con sistemi di welfare e di aiuto al formarsi di una continuità previdenziale.
Non sappiamo se la direttiva sulla trasparenza dei salari (in vigore dal prossimo 7 giugno) favorirà maggiori aumenti. Abbiamo qualche dubbio. C’è il rischio che il decreto legislativo, ora alla Camera, scoraggi addirittura formule di cosiddetta retention dei migliori talenti. Non basta lamentarsi della mancanza di profili adeguati, invocare continuamente decontribuzioni e appellarsi ai mitici effetti della riduzione del cuneo fiscale: bisogna mettere mano al portafoglio. E magari dirlo apertamente, superando le prudenze di categoria per non mettere in difficoltà gli altri soci delle organizzazioni imprenditoriali. «Io li pago di più, anche se non me lo hanno chiesto, perché questi giovani valgono e io li voglio tenere». Siamo sicuri che molti imprenditori, anche piccoli, lo stiano facendo. Lo dicano apertamente e trascinino anche gli altri.
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18 febbraio 2026, 12:04 - modifica il 18 febbraio 2026 | 12:08
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