Perché a Teheran c'è chi teme l'accordo tra il regime degli ayatollah e gli Usa |
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Fra gli aspetti più sconcertanti – e tragici – della situazione iraniana c’è questo: nelle manifestazioni di protesta a gennaio si sono levate spesso le invocazioni a favore di un intervento militare americano. Tuttora, anche se la ferocia sanguinaria della repressione ha soffocato le proteste di piazza, molti segnali confermano questo paradosso: molti iraniani «auspicano» una pioggia di bombe.
Non per istinto suicida, ma perché sono talmente sofferenti per le crudeltà del regime, che l’intervento militare degli Stati Uniti offre la speranza di rovesciamento dell’oppressore. Arrivare a desiderare di essere attaccati, la dice lunga sul livello di rigetto verso gli ayatollah. Questa è anche una delle ragioni per cui sulla protesta iraniana, e sui massacri che l’hanno momentaneamente spenta, è calato quasi subito un imbarazzato silenzio in Occidente: una nazione che si rivolta non contro di noi, ma perché è profondamente filo-occidentale, disturba molti stereotipi e dogmi ideologici.
Anche le cronache della carneficina ordinata da Khamenei hanno avuto una visibilità e risonanza modesta, rispetto – per esempio – a Gaza. Suggerisco di non genuflettersi al conformismo, e propongo questa lettura: un reportage sui funerali in corso delle vittime della repressione, a 40 giorni dai massacri. (Nella tradizione persiana il quarantesimo giorno dopo il decesso di una persona cara è una ricorrenza importante, che viene onorata). L’autrice è Amy Kellogg, inviata speciale per The Free Press:
«Ad un raduno, un abito da sposa viene fatto sfilare tra una folla di persone in lutto, con palloncini neri che volano sopra le loro teste. In un’altra celebrazione, un tradizionale cesto khoncheh — con quelli che sembrano profumi, deodoranti e saponi, beni essenziali che i familiari donano a sposi e spose come........