Medici Senza Frontiere, lo «strappo» di Gaza |
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La decisione di Medici Senza Frontiere (MSF) di sospendere parte delle attività all’ospedale Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, rappresenta uno degli sviluppi più delicati e politicamente sensibili della guerra tra Israele e Hamas.
Per la prima volta dall’inizio del conflitto un’importante organizzazione umanitaria internazionale — spesso critica verso Israele per i bombardamenti su strutture sanitarie — ha denunciato la presenza sistematica di uomini armati all’interno di un ospedale operativo.
MSF ha accumulato nei decenni una reputazione e una credibilità notevoli, spesso pagate con il sangue dei suoi medici, infermieri, personale umanitario. È una delle ong più presenti nei conflitti, guerre civili, calamità naturali. La sua missione richiede una neutralità fra le parti che non sempre è realistica né verosimile, per la semplice ragione che chi si arruola – a rischio della vita – in queste organizzazioni umanitarie, inevitabilmente ha un retroterra politico e ideologico. Dunque non è strano che MSF sia stata considerata filopalestinese dagli israeliani. Era accaduto anche a delle agenzie delle Nazioni Unite, per la stessa ragione. Ma proprio per questo lo «strappo» di MSF fa notizia: avalla accuse che le forze armate israeliane avevano lanciato fin dall’inizio del conflitto, sull’uso di strutture sanitarie come copertura e «scudi umani» da cui lanciare le offensive di Hamas.
MSF ha annunciato di aver interrotto dal 20 gennaio 2026 tutte le cure non urgenti nella struttura, uno dei principali centri ancora funzionanti nell’enclave, dopo che il personale ha osservato un aumento di episodi considerati «inaccettabili»: uomini armati e mascherati all’interno del complesso, intimidazioni contro pazienti e operatori, arresti arbitrari di degenti e sospetti trasferimenti di armi.Secondo l’organizzazione, questi episodi non si sono verificati nei reparti direttamente gestiti dal suo personale, ma in altre aree dell’ospedale. Tuttavia, la frequenza e la ripetizione dei fatti hanno portato alla conclusione che la neutralità della struttura non poteva più essere garantita, mettendo a rischio sia i civili sia il personale sanitario.
In un reportage del Wall Street Journal, due palestinesi raccontano di essere stati interrogati da Hamas proprio all’interno dell’ospedale. L’esercito israeliano sostiene da tempo che Nasser sia utilizzato come quartier generale operativo e deposito da parte dell’organizzazione islamista. Hamas ha sempre respinto queste accuse.
La novità è politica prima ancora che militare: per la prima volta un attore terzo non israeliano documenta una presenza armata, anche se MSF evita di attribuire formalmente l’identità dei combattenti.
Le autorità dell’ospedale e il ministero dell’Interno controllato da Hamas hanno reagito duramente, sostenendo che la presenza armata sarebbe costituita da polizia civile incaricata di proteggere pazienti e personale. Hanno accusato MSF di diffondere informazioni fuorvianti che potrebbero giustificare attacchi israeliani contro una struttura protetta dal diritto internazionale. L’ospedale ha denunciato possibili «gravi conseguenze» se MSF non ritirerà le dichiarazioni.
La questione giuridica è cruciale. In base al diritto dei conflitti armati, gli ospedali godono di protezione speciale ma possono perdere tale status se utilizzati per operazioni militari. Non basta un episodio isolato: conta la sistematicità degli atti. Proprio questo elemento — il «modello ripetuto» — avrebbe spinto MSF a parlare di militarizzazione parziale della struttura.
Il caso riaccende una delle controversie centrali della guerra di Gaza: Israele ha più volte giustificato raid contro ospedali sostenendo che Hamas li usa come basi operative o copertura per tunnel e centri di comando, accuse sempre negate dal movimento islamista e contestate da molte organizzazioni internazionali. Ora la posizione diventa più complessa: MSF non giustifica gli attacchi, ma riconosce comportamenti incompatibili con la neutralità medica.
Dopo la denuncia dell’ong sanitaria, altre fonti hanno rotto il silenzio, hanno riferito che uomini armati arrestavano pazienti e si muovevano regolarmente nel complesso.
Il contesto resta fragile. Dall’inizio della tregua di ottobre gli incidenti di sicurezza negli ospedali sono continuati e il sistema sanitario di Gaza è già devastato da due anni di guerra.
La disputa si inserisce anche in uno scontro più ampio tra Israele e organizzazioni umanitarie: il governo israeliano ha recentemente imposto regole più severe alle ong accusandole di impiegare militanti o coprirne l’attività. MSF rifiuta di condividere dati sensibili sul proprio personale per ragioni di sicurezza. La vicenda del Nasser Hospital conferma una realtà tipica delle guerre urbane contemporanee: la compenetrazione tra spazio civile e militare.
Un altro segnale da questa controversia, riguarda la sopravvivenza di Hamas e quindi la fattibilità del Piano Gaza di Trump. Quel Piano include tra le sue condizioni il disarmo dell’organizzazione, la sua fuoriuscita da qualsiasi assetto di governo della Striscia, dove invece dovrebbero essere coinvolti tecnocrati palestinesi e una futura Autorità Palestinese riformata. La realtà militare sul terreno dice che con Hamas bisogna fare i conti, ed è una delle ragioni per cui dall’inizio della tregua i combattimenti non sono mai completamente cessati, anche se la loro intensità è molto diminuita.
La presenza di Hamas con un ruolo di polizia nell’ospedale è sintomatica di un problema che il Piano Gaza deve affrontare: la capacità dell’organizzazione terroristica di contrastare con le armi la nascita di autorità rivali e forze politiche alternative in seno alla popolazione della Striscia.
17 febbraio 2026, 15:22 - modifica il 17 febbraio 2026 | 15:23
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