L'Età dell'Oro di Trump alla prova dei numeri |
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Hai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
La pagella all’Età dell’Oro di Donald Trump oggi è sul Wall Street Journal. In tempi di passioni ideologiche sfrenate, è un approccio salutare: una pagina di numeri, dati e grafici, per misurare in modo serio lo stato dell’economia.
Trump è un personaggio anomalo e sempre eccessivo, ma almeno un vezzo lo accomuna a tutti i politici: descrive una situazione catastrofica quando è all’opposizione, paradisiaca quando governa lui. Queste esagerazioni possono far presa su una base elettorale molto convinta e militante, ma il grosso dei cittadini quando sente parlare di economia pensa alla propria esperienza concreta e non si fa incantare dalla retorica dei comizi.
La pagella del Wall Street Journal è più istruttiva degli slogan. Ne faccio un riassunto e una semplificazione, riportando gli indicatori che misurano lo stato dell’economia secondo il maggiore quotidiano economico finanziario degli Stati Uniti.
(Nota per il lettore italiano: il WSJ è di proprietà di Rupert Murdoch ma la sua redazione non prende ordini dal magnate australiano, il quale peraltro ha avuto rapporti turbolenti e tempestosi con Trump. Comunque, sia nelle pagine dei commenti – più politicizzate – sia in quelle di cronaca, questo quotidiano è piuttosto anti-trumpiano perché rimane fedele ai principi liberisti del vecchio partito repubblicano, quindi disapprova sia i dazi sia la stretta contro l’immigrazione. Ma la pagella che vado a sintetizzare non risente di un’animosità particolare. È «fredda», aggettivo raro e apprezzabile in questa congiuntura storica).
A fianco a ogni indicatore c’è un giudizio dei redattori, cioè un voto espresso in termini qualitativi.
Inflazione: «promettente». I due indici dei prezzi più significativi a gennaio hanno segnato un aumento del 2,5% e del 2,4%. In calo rispetto a un anno prima quando Trump si insediò alla Casa Bianca per il secondo mandato. La tendenza al miglioramento su questo fronte indica che i dazi non hanno avuto l’effetto apocalittico che era stato annunciato. Ma inflazione e carovita non sono la stessa cosa. Questi dati dicono che il ritmo di aumento dei prezzi sta rallentando, non ci dicono nulla sul livello dei prezzi. Questo livello ricevette una tremenda spinta al rialzo dagli choc del periodo Covid. Il livello assoluto da allora resta alto, troppo alto per molti americani, ed è uno dei fattori determinanti del malcontento (come lo fu ai danni di Biden-Harris). Inoltre ci sono eccezioni alla bassa inflazione: caffè +18%, carne macinata +17%, bolletta elettrica +6% (sia pure compensata dal gas che è sceso del 7,5%) dall’inizio della presidenza.
Salari: «soddisfacente». Gli aumenti medi delle buste paga sono leggermente accelerati negli ultimi dodici mesi rispetto al periodo precedente. Tutte le fasce di reddito hanno avuto aumenti salariali superiori all’inflazione, sia pure in misura modesta, con l’unica eccezione del 10% più basso. Questo spiega sia la buona tenuta dei consumi, sia la raffigurazione dell’economia a forma di lettera K, con due braccia che divergono, una punta verso l’alto, l’altra verso il basso.
Occupazione manifatturiera: «va migliorata». Produzione e occupazione nel settore industriale hanno avuto un rimbalzo positivo a gennaio, però nell’arco dei dodici mesi il trend è in leggera discesa. La reindustrializzazione che Trump voleva innescare attraverso i dazi, per adesso manca all’appello.
Deficit commerciale: «va migliorato». È uno degli indicatori di quei macro-squilibri strutturali del commercio internazionale, che Trump vuole sanare attraverso i dazi. Per ora i risultati sono modestissimi. Il disavanzo commerciale è diminuito un po’, se misurato in percentuale del Pil, mentre è leggermente aumentato in valore assoluto (da 1.215 miliardi di dollari nel 2024 a 1.241 nel 2025).
Disoccupazione: «meglio del previsto». Il tasso di disoccupazione è sceso negli ultimi mesi, dal 4,5% di novembre al 4,3% di gennaio. Era ancora più basso sul finire della presidenza Biden durante la quale aveva toccato un minimo del 3,5%. Il giudizio positivo del WSJ deriva da una sorpresa. Poiché il volume delle nuove assunzioni mensili è rallentato rispetto al trend precedente, ci si poteva aspettare un tasso di disoccupazione più alto di quello attuale. La spiegazione prevalente, e la più logica, è che la riduzione dei flussi migratori ha ridimensionato il principale motore di incremento della forza lavoro, quindi è più facile per l’economia raggiungere il pieno impiego se non deve collocare questa grossa manodopera aggiuntiva (all’apice delle migrazioni illegali durante la presidenza Biden si arrivò a una media di due milioni di ingressi all’anno).
Nuovi posti di lavoro: «deve migliorare». Anche se per il profano possono sembrare la stessa cosa, il dato sulla disoccupazione e quello sulle nuove assunzioni sono due numeri distinti e fanno oggetto di rilevazioni separate, con metodi diversi. Come anticipato, sul fronte delle nuove assunzioni c’è stato un rallentamento netto nel 2025 (solo 181.000 posti di lavoro aggiuntivi), anche se il mese di gennaio 2026 ha segnato un rimbalzo con +130.000 assunzioni nette.
Crescita: «accettabile». L’aumento del Pil Usa è stato del 2,2% nel 2025. In rallentamento rispetto al 2,4% del 2024, ultimo anno di Biden. Il primo anno del Trump Due ha segnato la crescita più moderata dal 2022. Rimane un tasso di crescita soddisfacente, commenta il WSJ, ma non è l’Età dell’Oro di cui ha parlato il presidente nel discorso sullo Stato dell’Unione.
Borsa: «meglio del previsto». L’andamento degli indici azionari, ai massimi storici, ha superato le aspettative. Il WSJ ammette la propria sorpresa, perché si aspettava ben altra reazione dei mercati di fronte ai dazi di Trump. Molto è dovuto al boom dell’intelligenza artificiale. Il buon andamento delle Borse a sua volta dà sostegno ai consumi tramite quello che viene chiamato «effetto-ricchezza»: le famiglie che si sentono beneficiate da un portafoglio azionario rivalutato tendono a spendere di più.
Accesso all’abitazione: «deve migliorare». È l’ultimo dei grandi indicatori preso in considerazione nella pagella del WSJ ma forse è il primo in ordine di importanza. I sondaggi dicono che il costo delle abitazioni (sia gli affitti che i prezzi di acquisto) è un elemento decisivo nella percezione di un costo della vita insostenibile. Qui i dazi non c’entrano niente con l’inflazione. Le case non vengono importate dalla Cina. Il carovita americano è prevalentemente domestico (questo vale anche per le spese sanitarie), legato al settore dei servizi o a un bene immobile e non esposto alla concorrenza internazionale come l’alloggio. Trump ne ha fatto uno dei motivi delle sue pressioni sulla Federal Reserve perché abbassi il costo del denaro, in modo da rendere più accessibili i mutui. Ma il costo del credito è solo un elemento del problema-casa. Che ha favorito, tra l’altro, la vittoria elettorale di un candidato di estrema sinistra come Zohran Mamdani, nuovo sindaco di New York.
La pagella del WSJ a Trump si può tradurre in un voto di sufficienza. Ma da qui a parlare di Età dell’Oro ci vuol altro. L’economia americana è in uno stato di salute abbastanza buono ma non dissimile da quello della presidenza Biden. Nel novembre 2024 l’economia fece perdere l’elezione ai democratici e portò alla vittoria Trump. All’epoca una maggioranza di elettori – perfino una quota di democratici – considerava Trump più affidabile sull’economia. Per adesso tutto indica che il paese è deluso.
25 febbraio 2026, 17:07 - modifica il 25 febbraio 2026 | 17:08
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Partecipa alla discussione
La grande delusione di Putin: neppure Trump lo salva Mercoledì 25 febbraio 2026
La grande delusione di Putin: neppure Trump lo salva
Com'è debole Donald Trump. Com'è forte la sua America Lunedì 23 febbraio 2026
Com'è debole Donald Trump. Com'è forte la sua America
Dazi, Trump cambia ancora: tariffa per tutti dal 10 al 15%. Cosa resta in vigore, e perché ci sono zero certezze sui vantaggi per noi Sabato 21 febbraio 2026
Dazi, Trump cambia ancora: tariffa per tutti dal 10 al 15%. Cosa resta in vigore, e perché ci sono zero certezze sui vantaggi per noi
Ora è l’AI che ci assume: cade la nostra centralità nel mondo
Ficcanaso, sostantivo composto per impicciarsi degli affari altrui
Le istituzioni e il Bonaparte di turno
Se gli Usa si arrendono ai virus
I migranti morti e gli insulti al vescovo
L’Europa reagisca alle paure
Dall'America e dall'Asia, i segnali su dove va il mondo. "Il nostro futuro si gioca nelle decisioni che vengono prese lontano da noi".
ORIENTE | OCCIDENTE giorno per giorno: