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Le nuove regole sulle crisi? Serve più fiducia tra i Paesi

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29.11.2019

POLITICA ECONOMICA

Le nuove regole sulle crisi? Serve più fiducia tra i Paesi

di Federico Fubini28 nov 2019

A 62 anni, Marco Buti ha un primato: è l’unico al mondo ad aver partecipato a tutte le riunione del G20 Finanze, da quando nel 2009 la crisi spinse i più grandi Paesi industriali a consultarsi. Buti è alla testa della direzione generale Economia e finanza della Commissione europea dal momento del più grave collasso finanziario del dopoguerra: dicembre 2008, quando le macerie di Lehman erano ancora calde. In quel ruolo – dice – «ho vissuto sulla mia pelle la crisi dell’euro» quando «le televisioni ne seguivano ogni passaggio come fosse una presa di ostaggi».

Buti nei prossimi giorni cambia lavoro: sarà capo dello staff di Paolo Gentiloni, il nuovo commissario all’Economia. Per lui è il momento di guardare indietro per cercare di capire cosa lo aspetta, e lo fa ricordando un italiano che resta fra gli architetti dell’euro. «Tommaso Padoa-Schioppa – racconta Buti - mi diceva che ogni ministro dell’economia dovrebbe andare alle riunioni europee con due cappelli, nazionale e della zona euro. Non ne ho visti molti così negli ultimi anni, salvo quando la crisi li ha messi collettivamente con le spalle al muro». Per questo economista fiorentino cresciuto nella Commissione Ue, un elemento è venuto meno nella crisi e continua a mancare: «Occorre un recupero di fiducia fra Stati e fra questi e le istituzioni europee – sostiene -. È la condizione necessaria per intendere la ‘solidarietà’ nell’area euro non come trasferimenti a senso unico».

Per Buti, la solidarietà dev’essere «un’assicurazione: sono pronto a sostenerti adesso, perché so che tu lo sarai a sostenermi domani. Per far questo si dovrebbe superare la divisione più perniciosa, quella fra debitori e creditori». Il rischio, in caso contrario, è ciò vediamo: «Un’economia dell’1%», dice. La crescita reale e l’inflazione inchiodate a quel livello, e la distribuzione del reddito e della ricchezza che si concentrano ai vertici della società. Per una svolta collettiva serve coraggio, avverte il grand commis europeo: «Occorre che i Paesi ad alto debito e bassa crescita mettano in sicurezza le finanze pubbliche e facciano le riforme che servono – afferma - e i Paesi più forti si convincano che i debitori di domani possono essere loro».

Buti è addestrato alla diplomazia da troppo decenni per fare nomi, ma il pensiero va all’Italia e una Germania resa vulnerabile dalle guerre commerciali. È in fondo questa l’antinomia che frena ogni tentativo di consolidare l’area euro. Da Berlino si chiede che prima i Paesi indebitati risanino la finanza pubblica e rafforzino le banche, per diventare meno soggetti a crisi in cui richiederebbero l’aiuto degli altri; di qui la tentazione tedesca di spingere alla ristrutturazione del debito – un default pilotato - i governi che chiedano l’intervento del fondo salva-Stati (Mes). Da Roma si insiste invece che è difficile garantire stabilità in una zona euro senza risorse comuni: né un bilancio dell’area, né titoli europei sicuri, né un’assicurazione sulla disoccupazione, né sui depositi bancari. Su quest’ultima di recente Olaf Scholz, il ministro delle Finanze tedesco, ha mostrato apertura. A patto però di introdurre regole perché le banche limitino l’esposizione in titoli di Stato, specie di Paesi fragili. Su questo Buti ha un’idea che gli viene dall’esperienza. «I Paesi che mettono tutto il loro capitale politico sulla riduzione del rischio prima di ogni condivisione, come quelli che predicano la sequenza inversa, sono i peggiori nemici di sé stessi», dice. «Non mi stanco di ribadirlo ai miei interlocutori nelle capitali. Le ipotesi di cambiamento del trattamento regolamentare dei titoli pubblici nel bilancio delle banche - per non parlare di........

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