La svolta degli europei (e degli italiani) stanchi di Trump: «Contare solo su noi stessi». Costerà migliaia di miliardi, anche per l’Ai

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

L’Europa necessita di migliaia di miliardi in investimenti se non vuole retrocedere al rango di potenza minore soggetta a periodici ricatti

Questo articolo è tratto dalla newsletter settimanale «Whatever It Takes» di Federico Fubini. Per iscriversi questo è il link.

Ho ancora negli occhi la scena nella grande sala del palazzo di Davos. Donald Trump sul palco seduto su una sorta di trono bianco in plastica, circondato dai leader di una ventina di alleati equivoci: i leader di Mongolia, Azerbaigian, Pakistan, Uzbekistan, Kazakhstan, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Paraguay e via elencando. Non osavano parlarsi fra loro, nel timore di incrinare l’affettazione di solennità del rito del Board of Peace. A turno, chiamati, si avvicinavano al tavolo dove sedeva Trump, si inchinavano a lui, cercavano di bisbigliargli qualcosa all’orecchio prima di vergare ciascuno la propria firma sul contratto. Lui ascoltava benevolo non tanto come un sovrano medievale, ma come si comporterebbe il personaggio di un sovrano medievale in una serie tivù. Proiettato sullo sfondo, il simbolo del Board of Peace era un globo avvolto in una corona d’alloro dorato con il Nordamerica – anch’esso dipinto d’oro – in primo piano. L’intera scena intendeva proiettare un’immagine imperiale di Trump; quel che esprimeva, invece, era solitudine: l’America passa dall’avere per alleati la Germania, il Canada o la Gran Bretagna, al Kosovo, alla Giordania e alle ex repubbliche sovietiche del Caucaso firmatarie del Board of Peace. La domanda ormai non è quale prossima mossa del presidente degli Stati Uniti che ci sconcerterà o indignerà. È come si costruisce un’Europa post-americana.

Perché gli europei ormai sono psicologicamente pronti. Se non i loro governi, lo sono le opinioni pubbliche. La rivista parigina di affari internazionali Le Grand Continent ha un sondaggio, raccolto sul campo una decina di giorni fa, che lo mostra. Non solo oltre il 50% degli italiani, dei tedeschi o dei francesi preferisce un’equidistanza dell’Europa fra Stati Uniti e Cina e un altro venti per cento circa preferisce che l’Europa non si leghi a nessuna delle due superpotenze (grafico sopra). Il 65% degli italiani (il 67% dei francesi, il 71% dei tedeschi) interpreta la politica estera di Donald Trump come un disegno di «ricolonizzazione e predazione», mentre per appena il 10% circa di italiani, francesi e tedeschi il tycoon rispetta in principi democratici (il 90% circa vi vede tendenze autoritarie o un comportamento da dittatore). Anche per questo, tre quarti di italiani e tedeschi e oltre l’80% dei francesi pensano che l’Europa debba «contare solo su se stessa per assicurare la propria difesa, senza scommettere sugli Stati Uniti».

Il divorzio, nella società, è consumato. Ed è una realtà di cui anche il governo italiano,........

© Corriere della Sera