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L’idea per l’Ilva: affiancare i Mittal

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17.11.2019

il ruolo di cassa depositi e prestiti - il lavoro dietro le quinte

L’idea per l’Ilva: affiancare i Mittal

di Federico Fubini16 nov 2019

Non ci sarà una cordata alternativa ad ArcelorMittal a Taranto. Non ci sarà
un intervento dello Stato volto a soppiantare il ruolo del gruppo franco-indiano.
La nazionalizzazione di un’azienda che perde circa due milioni al giorno è semplicemente incompatibile con la logica economica, oltre che con le regole europee; del resto manca l’interesse di altri investitori privati per dare vita a una nuova alleanza, magari con il sostegno di Cassa depositi e prestiti.

Entro questi limiti, nel governo e nello stesso ministero dell’Economia in queste ore si lavora riservatamente contro il tempo. La prossima settimana sarà decisiva per le prospettive di sopravvivenza degli impianti di produzione di acciaio a caldo a Taranto. Nella maggioranza e in ambienti qualificati dell’esecutivo — non solo nel M5S — si riflette dunque a come un intervento coordinato con Cassa depositi e prestiti, che è controllata all’82,7% dal ministero dell’Economia, possa aiutare a mantenere lo stabilimento aperto.

L’idea emersa negli ultimi giorni è che l’azione del governo e delle sue società partecipate non debba sostituirsi alla Am Investco Italy dei Mittal. Debba semmai accompagnarla, per cercare di sostenere l’economia di Taranto e indurre gli imprenditori indiani a tornare sulla loro decisione di abbandonare. In questo Cdp — anche tramite sue controllate come Fincantieri, Terna o Snam — potrebbero svolgere un ruolo.

Il punto di partenza è che oggi gli impianti dell’llva a Taranto non sono in una situazione di equilibrio. La forte riduzione di capacità produttiva determinata dall’intervento della procura di Taranto, che taglia fuori l’Altoforno 2, fa sì che i numeri non tornino più: per produrre senza perdite servono al massimo 1.300 addetti attivi per ogni milione di tonnellate all’anno, mentre l’Ilva ne ha 2.300. Un impianto con la capacità di 4,5 milioni di tonnellate annue non potrà più permettersi i 10.700 addetti come oggi (più altri 1.700 per il momento in cassa integrazione).

È sulla base di questa realtà che il governo si prepara a indicare una strada ai Mittal per indurli a restare. L’offerta prevede di accompagnare alla loro attività l’azione di gruppi controllati — direttamente o meno — dallo Stato. Migliaia di lavoratori devono uscire da Ilva ma potrebbero nascere nell’area di Taranto attività alternative che ne assorbano una buona parte nel medio-lungo termine. Dati gli squilibri strutturali nei conti dell’acciaieria, non sembra infatti realistico parcheggiare migliaia di persone in cassa integrazione o con altri ammortizzatori sociali per anni e anni. Da qui sono partite riflessioni sulla possibilità di localizzare nuove produzioni di Fincantieri o magari anche di Finmeccanica, se basate sull’acciaio, nei pressi dell’Ilva; una condizione è però che questi progetti siano economicamente solidi.

Per questo Cdp è già al lavoro per replicare il modello della sua azione svolta a Genova dopo il crollo del ponte Morandi. All’epoca la banca di sviluppo riunì le sue principali controllate, incluse Ansaldo Energia e Saipem — più il gruppo Ferrovie dello Stato — perché tutte studiassero come sostenere il capoluogo ligure. Qualcosa di molto simile sarà tentato dai........

© Corriere della Sera