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Intervista a Larry Fink, l’uomo di finanza più potente al mondo

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18.07.2019

Finanza

Intervista a Larry Fink, l’uomo di finanza più potente al mondo

di Federico Fubini18 lug 2019

Si può definire Larry Fink l’uomo di finanza più potente al mondo senza che nessuno si offenda. Trentuno anni fa, allora trentacinquenne, questo figlio di un negoziante di scarpe di Los Angeles ha fondato la sua azienda. Oggi BlackRock gestisce 6.500 miliardi di dollari dei clienti, pari a tre volte e mezzo il prodotto lordo italiano. Questa settimana Fink riunisce il «board» di BlackRock a Milano e ne approfitta per parlare con molti capi azienda nel Paese.
Lei ricorda spesso i salari stagnanti, i posti persi a causa della tecnologia e la rabbia populista che ne nasce. Si sente coinvolto?
«Tutti vogliono un futuro positivo. Ma nella società si sono diffusi timori: si comprende che in gran parte delle democrazie i governi oggi sono meno attrezzati per rispondere alle attese. E con le aziende che diventano sempre più grandi, più globali, più monumentali, la società mette più pressione su di loro. Per me e per noi di BlackRock rappresentare gli interessi dei nostri clienti è una responsabilità enorme. Ma è chiaro che in Europa e anche in Italia c’è costantemente una visione a breve termine».
Che intende dire?
«Gli europei hanno una visione più a breve rispetto ad altre parti del mondo». In che senso? «Nel modo in cui investite. Gli italiani, i francesi, i tedeschi. Mettete i vostri risparmi in un conto in banca, anche se ci sono tassi negativi».
In Italia le famiglie tengono così 1.360 miliardi.
«E lei come reporter dovrebbe scrivere che è una rovina. Una delle ragioni per cui l’Europa non migliora è che tutti questi soldi stanno dormendo, non sono al lavoro attivamente per i risparmiatori. Per questo credo sia più difficile in Europa che in America per la politica monetaria tradursi in un impatto economico positivo. E per questo l’Europa ha bisogno di più politica di bilancio».
Vuole dire, espansiva?
«Specialmente in Germania, sì, per stimolare».
Alcuni però dicono che altrove, specie in Italia, non c’è spazio per aumentare l’investimento pubblico.
«No, l’Italia non ha quello spazio, chiaramente. Ma la Germania sì e dovrebbe essere leader in questo. Del resto abbiamo un problema simile anche in Cina, dove il tasso di risparmio è al 35% e il Paese dipende tanto dall’export. Ora che questo è in calo, i cinesi hanno bisogno di più crescita dall’interno».
Lei parla di «spirito animatore» e «scopo» di un’azienda, che contano come gli utili. Che intende?
«Pensi a Apple. Puoi comprare un prodotto meno caro, ovvio. Ma io posso dire che credo in ciò che fa Apple, in ciò che rappresenta. Penso di essere un consumatore normale e sono molto consapevole delle aziende da cui compro. Potrei nominarne alcune da cui non comprerei nulla, perché non credo in quel che fanno o perché sono di un Paese sleale nel commercio. Questo desiderio di scegliere sui valori è una tendenza diffusa, specie fra i millennials».
Porterà a una maggiore concentrazione a vantaggio di poche grandi imprese?
«Succederà. Sta già succedendo. Ci saranno meno aziende con una presa e un ruolo più ampi nella società. Per questo dovranno avere una voce più forte».
Perché lei propone che si producano dati sull’impatto delle attività economiche sull’ambiente?
«Ne abbiamo bisogno per provare che gli investimenti in imprese che rispettano obiettivi ambientali o di sostenibilità producono risultati e rendimenti validi. Senza dati, si potrebbe generare una bolla sugli........

© Corriere della Sera