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I timori di uscita dall’euro? Sui conti pubblici pesano per 1,5 miliardi all’anno

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11.06.2019

di Federico Fubini11 giu 2019

Oltre duemila scuole in più aperte ogni anno, magari nelle aree interne dove oggi i ragazzi si abituano a prendere il bus all’alba con l’inizio delle medie. O un aumento di un terzo dell’investimento pubblico in ricerca di base, in modo che migliaia di giovani con un dottorato non debbano andarsene ogni anno all’estero per continuare a studiare. Oppure un aumento da poco meno 1.700 euro all’anno per i 900 mila dipendenti dell’istruzione pubblica il cui stipendio medio, incredibilmente, è persino sceso in valori assoluti dal 2008 a oggi.
Quanto si potrebbe realizzare, se l’Italia non dovesse trasportare un fantasma sulle spalle. Se non ci fosse quel peso, si libererebbero rapidamente risorse per almeno un miliardo e mezzo. Tutti gli anni, senza dover stringere di un millimetro la cinghia né per alzare le tasse né tagliare altre voci di spesa. Invece il fantasma resta aggrappato addosso al Paese.


I tecnici lo chiamano «rischio di ridenominazione»: il sospetto, diffuso fra i suoi creditori, che la Repubblica italiana nei prossimi sessanta mesi finisca per uscire dall’euro e tenti di rimborsare quasi tutti gli investitori in deprezzatissime «nuove» lire. Come ogni presentimento - corretto o sbagliato - anche questo è alimentato dai programmi elettorali di entrambi i partiti di governo, poi da una bozza di contratto fra........

© Corriere della Sera